domenica 31 luglio 2016

Il corso di scrittura creativa di Roberta Andres




IL CORSO DI SCRITTURA di Roberta Andres

Inizia il primo di ottobre presso la Scuola di Teatro Artis di Pescara (085/4151817), il Corso di Scrittura creativa che terrò anche quest’anno in qualità di Docente. Un corso che intende la scrittura come mezzo di espressione di sé, oltre che come acquisizione di un bagaglio tecnico di base per affrontare  questa attività come forma d’arte.
 Il corso è finalizzato ad esprimere la propria individualità, le proprie emozioni, il proprio modo di percepire il mondo, ma anche ad usare la scrittura per comunicare efficacemente con l'Altro, prendersi cura di sé e del proprio equilibrio mediante la libera espressione, potenziare la propria creatività, esprimere, elaborare, riflettere sul proprio vissuto e dargli il senso “narrativo” della propria storia personale.
Su queste pagine già nelle scorse settimane si è parlato di Scrittura come terapia, narrazione come  bisogno di definire la propria autobiografia mediante il raggiungimento della consapevolezza di quanto si è vissuto; quanto illustrato nei precedenti articoli costituisce il fondamento teorico del Corso.
Cerchiamo adesso di capire in pratica come si lavora in questi due moduli di incontri (ogni modulo è costituito da cinque incontri settimanali da tre ore ciascuno), in successione tra di loro ma eventualmente da fruire anche in maniera separata.

 Perchè scriviamo?
Dice Flannery O'Connor: “ C'è chi dice che il racconto sia una delle forme letterarie più difficili e io mi sono sempre chiesta il perché di questa convinzione, visto che a me pare uno dei modi più spontanei e fondamentali dell'espressione umana. Dopotutto, uno comincia ad ascoltare e raccontare storie fin da piccolo, senza trovarci niente di particolarmente complicato. Ho il sospetto che tanti di voi raccontino storie da una vita, eppure eccovi qui seduti, desiderosi di sapere come si fa” .
Risponde Margaret Atwood: “ Per registrare il mondo così com'è- Per fissare il passato prima che tutto sia dimenticato. Per produrre ordine dal caos. Per offrire uno specchio al lettore, per dare un nome a ciò che fino a quel momento era senza nome. Per fare marameo alla morte. Perché creare è umano. Perché creare è divino. Per suscitare l'amore di un uomo. Per correggere le imperfezioni di un'infanzia disperata. Per inventare una storia affascinante. Per divertire e compiacere il lettore. Per divertire e compiacere me stessa. Per passare il tempo, anche se sarebbe passato comunque.” 
Conclude Nathalie Goldberg: “Scrivere ci dà l'opportunità di prendere quelle emozioni che tante volte abbiamo provato e dar loro luce, colore, una storia. Così possiamo trasformare la nostra rabbia in un campo di tulipani color rosso fiamma, e il nostro dolore nel vialetto affollato di scoiattoli di un giardino abbandonato, nella mezza luce di novembre. Scrivo perché sono sola... scrivo perché sono pazza, lo so e lo accetto, ... scrivo perché ci sono storie che la gente ha dimenticato di raccontare, ...scrivo perché soffro e scrivere è un modo per trasformare questa sofferenza in un bene. Scrivo per diventare forte e tornare a casa e questa potrebbe essere benissimo l'unica vera casa che avrò mai.
Il corso inizia quindi facendo nostri i consigli di Nathalie Goldberg, enunciati nel suo “Scrivere zen”:
1) Tenete la mano in movimento. Non fermatevi a rileggere la frase che avete appena scritto. Questo vuol dire menare il can per l'aia e cercare di assumere il controllo di ciò che state dicendo.
2) Non cancellate. Questo significherebbe confondere la creazione con la revisione. Anche se avete scritto qualcosa che non avevate l'intenzione di scrivere, per il momento lasciatelo.
3) Non preoccupatevi di ortografia punteggiatura grammatica. Non preoccupatevi neanche di restare nei margini o sulle righe del foglio.
4) Perdete il controllo
5) Non pensate. Non lasciatevi invischiare dalla logica.
6) Puntate alla giugulare. Se scrivendo vien fuori qualcosa che vi fa paura o vi fa sentire esposti, tuffatevici dentro. Probabilmente è carico di energia.
Il principio assunto, quindi è che se quello che voglio cogliere, il bersaglio creativo, il testo che voglio esprimere, è dentro di me, io devo prendere tempo, (e anche, perché no, perdere tempo!), rilassarmi, far salire dall'interno di me, dalla “cantina”, le emozioni che si sono coagulate in immagini, o se volete le immagini portatrici di emozioni, collegarle eventualmente, mediante la razionalità e la competenza tecnica, per costruire una struttura più o meno complessa (dal racconto breve al romanzo, se parliamo di narrativa), o  una struttura più immediata e diretta, come è ad esempio una poesia. 

 “Cos'è il germe di un'idea? Probabilmente ogni cosa, per ogni scrittore: un bambino che cadendo sul marciapiede rovescia un cono gelato. Un signore dall'aria perbene che dal fruttivendolo, in modo surrettizio ma apparentemente coatto, si fa scivolare in tasca una pera matura senza pagarla. Oppure, può essere una breve scena di azione che ti salta in testa da niente, da niente di visto o sentito”( P. Highsmith). Il germe di un'idea viene fuori se ci si riesce a liberare da paura, rigidità o rabbia; viene fuori da un'azione, un'emozione, un'immagine che si è registrata anche molto tempo prima ed è rimasta in noi. Poi viene  alla coscienza e se ne trova un'utilizzazione: a volte sono solo 3 o 4 parole “calde” che poi lieviteranno, parole che  coagulano un grande significato,  ricordano qualcosa di significativo legato al proprio vissuto, quelle parole che solo a pensarle o a dirle emozionano, che sono  fortemente evocative. Ognuno ha, in relazione al suo vissuto, le sue personalissime parole calde.  In definitiva, quindi, vedete che la  scrittura è già tutta dentro di noi. Dobbiamo solo affrontare le nostre ossessioni e liberare le associazioni emotive e mentali, traducendole attraverso il linguaggio. 
Il germe di un'idea si traduce, verbalmente, in un incipit, e poi in una narrazione. Da qui in poi ci serviranno anche nozioni tecniche per dare argini e forma al fiume in piena delle nostre parole.
Se riuscirete, se riusciremo a fare questo avremo trovato quella stanza tutta per noi di cui parlava Virginia Woolf, concretizzazione della nostra autorizzazione a scrivere. 
Dice Grazia Livi che: “Dunque la stanza, la vera stanza, richiede coraggio. Il coraggio di uscire dalla nicchia della propria vita diminuita, all'ombra e al sicuro. Di prorompere in una singolarità che può risultare poco gradita agli altri. Di lasciare il sentiero laterale, la via obliqua. Infatti solo chi regna al centro di sé ha diritto a una stanza!”.



 Giocheremo quindi con le immagini per costruire dei progetti narrativi; giocheremo coi punti di vista, assumendo quelli di personaggi scomodi di alcune fiabe o racconti, liberando così le Ombre;  proveremo a creare degli spazi invisibili, li  osserveremo e descriveremo agli altri.
In definitiva,  sperimenteremo che  la scrittura  è  un modo per far uscire le cose  dalla condizione di invisibilità, e renderle chiare ed evidenti a noi stessi e al mondo. Alcuni di  noi cominceranno a farlo con maggiore sicurezza attraverso la scrittura e, magari, continueranno!


sabato 30 luglio 2016

Le recensioni di Lorena


MARIELLA MOGNI
PECCATI DI FAMIGLIA


COLLANA : YOU FEEL RIZZOLI
MOOD: EROTICO
PREZZO: € 2,99

Sinossi
È giusto amare qualcuno che non si può avere?

Elena è sempre stata fragile, facile preda di ogni tentazione. Un trauma sepolto nel passato – uno sbaglio che l’ha costretta ad abbandonare molto presto il nido familiare – l’ha convinta di essere inaffidabile e sempre colpevole di tutto ciò che di brutto le accade. Quando la malattia della madre la costringe a riavvicinarsi all’algida sorella Marina, e a subire i suoi sguardi sprezzanti e i suoi commenti taglienti, Elena scopre nel cognato Alessandro una persona gentile, capace di rivolgerle attenzioni che non si aspettava più da nessuno. Senza poterci fare nulla, Elena scivola in una spirale di affetto e riconoscenza, e si innamora del marito di sua sorella. Ma un ex violento, e vecchi segreti di famiglia che si svelano giorno dopo giorno sempre più inquietanti, le renderanno ancora più difficile scegliere tra la correttezza e la passione, tra il senso di colpa e il coraggio di prendersi ciò che vuole, costi quello che costi.
Un romanzo erotico torbido e avvincente, in cui una passione proibita si trasforma in un sentimento sincero e destinato a crescere. E nulla è come appare.


I romanzi di Mariella Mogni non sono mai banali o scontati. Le sue storie non sono semplicemente delle storie erotiche, no. Sono molto, molto di più. Sono pugni nello stomaco dati all’improvviso. Pugni che ti lasciano lì, per un attimo senza parole. Le donne di Mariella sono complicate, complesse, problematiche. Non sono le eroine tutte trucchi e glamour che siamo abituate a trovare nella maggior parte dei romanzi. Le sue donne sono scomode, a volte violente nei gesti e nelle parole; donne che, però, hanno addosso una carica sensuale e sessuale che non può passare inosservata. Così come le sue protagoniste, nemmeno le trame sono semplici o scontate. Piene di pathos, di segreti, di gesti e decisioni sbagliate che rendono la storia più credibile di altre; più vicina alla realtà, seppur scomoda da accettare. “Peccati di famiglia” è il terzo romanzo breve di Mariella Mogni (il primo pubblicato in Youfeel) che, evidentemente, predilige storie che hanno dei risvolti sociali importanti, complessi e a volte anche torbidi. In questo romanzo l’autrice si avventura su un terreno friabile e pericoloso: il tradimento inteso non solo nel senso fisico, ma familiare e morale. Elena tradisce sua sorella rubandole il marito e innamorandosi di lui perdutamente. Chiunque sarebbe lì, pronto, a puntarle il dito contro. Chiunque ma non il lettore, che, nel frattempo, ha capito quanto dolore si nasconde dietro l’atteggiamento “sbagliato” che assume contro Marina, la sorella bella, perfetta, realizzata. La sorella che, dietro la maschera, nasconde una vita ancora più squallida e sporca di quella di Elena, che subisce quotidianamente le sue angherie e le sue cattiverie, il suo disprezzo, il suo rifiuto. Marina e Alessandro sembrano una coppia perfetta, felice, ricca, patinata. Una coppia con due figlie, un lavoro importante e una casa in una delle zone più ricche della città. Elena stona, in quel contesto. Elena è la macchia nera nella vita di Marina e viene accolta in quella casa solo per convenienza. Dapprima per convenienza e poi per carità. Non per amore. Solo Alessandro, il marito di Marina, la tratta con umanità. Lui è gentile, educato e sembra tenere a lei. Elena se ne innamora perdutamente e non riesce a resistere alla passione. Non resistono entrambi. Il loro rapporto diventa forte, morboso, pieno di sensi di colpa ma incontenibile. L’eros avvolge il lettore e lo coinvolge in un turbine di sensazioni ed emozioni che lo disorientano, sconvolgono, eccitano. Perché è inutile negarlo: una brava scrittrice di erotici deve essere in grado di eccitare con le parole, e Mariella ci riesce egregiamente. 

Le recensioni di Lorena


DANIELA VASARRI
NESSUN RIMPIANTO


Editore: Amarganta -   € 1,76

Sinossi

Arrivata alla soglia dei 50 anni, Elisabetta, madre, moglie e professionista formalmente appagata, non rinuncia a mettersi in gioco a dispetto delle convenienze e del quieto vivere. Decide quindi di concedersi una vacanza tra la Toscana e l’Umbria, alla ricerca di se stessa e di cosa desidera per il proprio futuro. Le stagioni dell’amore, tuttavia, sono sempre altalenanti e accompagnano i desideri che non svaniscono con l’età. Elisabetta si riapproprierà a sue spese della capacità di amare e lo farà senza nessun rimpianto. Un ritratto di donna forte e variegato che conferma la capacità dell’autrice di investigare e analizzare con garbo e padronanza, le mille sfaccettature dell’animo femminile.

L'autore

Daniela Vasarri è nata a Milano, dove vive, lavora e che considera una città meravigliosa. Ha scelto gli studi classici a dispetto dei consigli degli insegnanti e l’istinto le ha dato ragione. Ha avuto una vita movimentata ma serena, piena di angoli da svoltare. Ha iniziato a scrivere nel 2010, legge molto, senza un ordine preciso. Ha un sogno nel cassetto, portare le proprie parole al cuore delle donne e dare un contributo alla scolarizzazione in quei paesi dove questo progetto è remoto e difficile da realizzare. Vorrebbe ritirarsi in Toscana con il suo gatto che considera il suo muso ispiratore.Ha scritto sei romanzi e un’antologia di racconti ma non ha nessuna intenzione di fermarsi perché scrivere per lei rappresenta il modo più appagante di vivere.



Elisabetta ha cinquant’anni ma potrebbe averne anche meno. La sua età non importa; non importa che Daniela Vasarri abbia voluto sottolineare la crisi di una donna matura, perché quello che accade a Elisabetta potrebbe accadere a chiunque e a qualsiasi età e, forse, è accaduto a molte di noi. Un matrimonio che inizia a dare segni di stanchezza e un marito che si è adagiato troppo, che non vede più, in sua moglie, una donna desiderabile, da desiderare…una donna e basta. Elisabetta siamo tutte noi e tutte noi potremmo ritrovarci nei suoi panni. Quando leggiamo il bel romanzo di Daniela Vasarri, lo facciamo accostandoci subito ai sentimenti di Elisabetta. Lo facciamo, però, senza nemmeno accorgercene, perché l’autrice ci porta nella sua vita in punta di penna, come fa in tutti i romanzi che ha pubblicato. La scrittura è lineare ma piena di emozioni; lo stile della Vasarri è privo di fronzoli e di elementi non strettamente pertinenti alla storia. Anche nelle descrizioni l’autrice non abbonda con termini superflui, ma non per questo si potrebbe affermare che gli ambienti da lei descritti non siano perfetti e “visibili”. 
L’autrice si sofferma, soprattutto, sui gesti e sui sentimenti dei protagonisti, o meglio, delle protagoniste dei suoi romanzi. Donne vere, donne che potremmo incontrare anche ora, per strada. Elisabetta potrebbe essere la nostra vicina di casa o la nostra collega, chi potrebbe mai dirlo? Elisabetta potremmo anche essere noi, un giorno. Cosa faremmo, noi, al suo posto? Elisabetta sceglie quale strada percorrere e lo fa con la maturità di una donna di cinquant’anni. Lo fa ponderando bene la sua vita e i suoi errori e la sua scelta comporterà delle rinunce. Elisabetta è una donna forte, che amerete tanto quanto ho amato io, pur non condividendo tutte le sue scelte. 

Consigliato da ilgiardinodeigirasoli.blogspot.com

mercoledì 27 luglio 2016

Parliamo di


Jessica ScarlettRose

Biografia: A Jessica ScarlettRose, classe 1995, appartiene da tempo la voglia di scrivere, ovvero da quando frequentava le elementari; poi, alle superiori, divenne più consapevole. Ha pubblicato la sua prima opera (in formato cartaceo) nel 2014, un mese dopo il compimento dei diciannove anni, grazie alla casa editrice Kimerik. Partecipa ai concorsi più disparati, sia di genere narrativo, sia di poesia per i quali ha già ricevuto alcuni riconoscimenti pubblici. Riguardo al suo percorso formativo, si è diplomata presso il Liceo Psico Pedagogico Sociale; prosegue in via privata gli studi a impronta socio-umanistica, in quanto ora si diletta nello studio del linguaggio non verbale, della psiche umana e della criminologia. Scrive anche articoli per tre riviste. Rispettivamente: NoèLife, Sociart Network e Shoujo Love. Di recente, ha incominciato a dare il proprio contributo a piccola casa editrice, in cui svolge il ruolo di Beta Reader e correttrice di bozze. Ama il genere gotico in tutte sue forme e declinazioni. Infatti posa in qualità di fotomodella alternativa dal 2014, un modo attraverso cui ha potuto, a maggior ragione, esprimere se stessa.
Link utilihttps://www.facebook.com/JessicaScarlettRose/ (Pagina Facebook).


Cosa leggeremo per voi:


Titolo"Necrotica. Trama di un sogno e sottile raso d'incubo"
Pagine: 95
Genere: Dark Fantasy
Costo: 0,99€ (ebook), 9€ (cartaceo, in offerta a 5.90€ su Amazon)
Data di uscita: 20 marzo 2016 
Trama: "L’Immortalità ha da sempre affascinato l’uomo. Sacerdoti, alchimisti, ricercatori basano i loro studi per prolungare la vita umana quanto più possibile, per combattere la paura della morte. Poi ci sono i Vampiri. Il lapislazzulo non protegge dalla luce del sole, che è rigorosamente vietata. I sentimenti scemano pian piano, lasciando solamente una gran collera dentro di te, una furia incapace di essere colmata anche col sangue. Doversi attenere a Patti Antichi andando contro il tuo essere, dover rifuggire le persone che si amano, con cui si è stretto un profondo legame. Dover mentire sulla propria identità, sulla propria età, mostrarsi più stolti ed ignoranti di quanto non si è davvero. Dover custodire il segreto dei Secoli passati. Dover combattere contro superstizioni umane. È la dannazione, non il raggiungimento della Perfezione. I Figli vanno scelti con cura. Coloro che hanno un animo predisposto all’adattamento e alla sapienza. Coloro che sono pronti a rinunciare a tutto, senza paura, seppur con riverenza. Coloro che non pongono mai interrogativi, ma sottomettono il loro volere ai più Anziani. Coloro che sono fedeli e che mai mostrano pentimento. Quindi pensateci. Pensateci prima di compiere un passo su un terreno instabile e pregno di dolore, di rabbia, d’insoddisfazione, di vendetta. Questa è la Condanna più grande che Dio potesse dare."







SCRITTURA COME TERAPIA 
di Roberta Andres

Già nei primi anni di vita la parola è il tramite con cui comunicare le emozioni, le paure; poi andando avanti con l'età diventa anche il modo per  comunicare con ordine, in maniera logica e razionale. La parola è alla base della comunicazione tra individui, dalla prima comunicazione (quella appunto tra la madre e il bambino) a quella degli amici o degli amanti che si dicono l'un l'altro quello che sentono.
Le  più antiche forme di narrazione, quelle orali, non erano espressione di personalità particolari, di veri e propri artisti. Chiunque raccontava: i sacerdoti ai fedeli, le madri ai figli, i nonni ai nipoti. Persone qualsiasi che avevano avuto in dono racconti, nenie, preghiere, filastrocche, e le trasmettevano alle generazioni successive. Il racconto, la narrazione, esistevano   prima in forma orale, ma si dovette aspettare  la scrittura  perché il racconto trovasse una forma  più duratura e più stabile della mnemonica narrazione fatta dagli anziani ai più giovani delle comunità; narrazione che prima fu la semplice stesura di quanto tramandato dagli aedi,  poi solo col tempo divenne  l' espressione individuale di un artista.

 Dalla parola quindi solo in un secondo momento nasce la scrittura, che è il tentativo di ripristinare una presenza, di riattualizzare qualcosa che ora manca, colmare l'assenza della voce continuando a  parlare mediante le parole scritte. La scrittura quindi ha molte funzioni tra cui quella di individuazione, cioè la generazione di una forte consapevolezza di noi stessi, perché tramite essa, nel momento in cui ci esprimiamo, noi  rendiamo consapevoli gli altri ma ancora prima noi stessi di quel che proviamo.   Nelle situazioni in cui non siamo consapevoli ma sentiamo di provare qualcosa di poco chiaro, di confuso, scrivere spesso ci fa trovare le parole per esprimerci e ci chiarisce  sentimenti, incertezze, ambivalenze dentro di noi. (“per esprimere la propria voce ci vuole chiarezza interiore, o una gran confusione che si chiarisce nella scrittura...” Francesco Piccolo).  E quando siamo bloccati da angosce, nevrosi, sentimenti che non riusciamo a tirar fuori magari solo perché ce ne vergogniamo o perché temiamo possano non piacere agli altri, essa può assumere un valore addirittura terapeutico. Se ci si libera da paura rigidità rabbia, può venire alla coscienza un'azione, un'emozione, un'immagine che si è registrata anche molto tempo prima ed è rimasta in noi. In questo senso può essere importante ad esempio tenere un diario. La scrittura è dentro di noi, basta liberare le associazioni mentali, affrontare le nostre ossessioni.
 Circa la valenza terapeutica c'è chi ha studiato con metodologie scientifiche gli effetti benefici della scrittura: a partire dagli anni Ottanta James Pennebaker, docente alla Facoltà di Austin in Texas ha  rilevato, con una ricerca durata circa venti anni, le ricadute positive non solo psicologiche ma anche fisiologiche, immunologiche, ecc., misurabili oggettivamente, che i pazienti avevano scrivendo dei propri sentimenti ed eventuali traumi; c’è chi ha ideato (vedi Guarire con la scrittura di Revault)  un metodo  basato sulla scrittura come ascolto di sé stessi, individuazione, autorizzazione a scrivere, metodo di liberazione di sé stessi:  la scrittura primitiva, la scrittura-follia che parte dalle parole per noi importanti e arriva al flusso di coscienza; la lettera simbolica, scritta a qualcuno che ci ha fatto soffrire o che al contrario ci ha dato affetto o amore, il racconto di ricordi lontani, ecc.  
Senza arrivare ai casi in cui la scrittura è stata usata come terapia anche con psicotici più o meno gravi (vedi: “Quel drago sconfitto”, Governali, Nicotra, che tratta dell'esperienza fatta a Catania con pazienti in cura al reparto psichiatrico della AUSL), mediante la scrittura possiamo senza dubbio  dare spazio all'immaginazione, riprendere contatto con parti di noi dimenticate o rimosse, ascoltare e sentirsi ascoltati, accettare e conoscere l'altro: scrivere per relazionarci agli altri è importante per tutti, non solo  per lo scrittore che scrive  per pubblicare. Si scrive allora  per liberare le emozioni che ci neghiamo, i ricordi dimenticati, le paure che abbiamo. 
Secondo Oliver Saks  un uomo normale è quello che vive la sua vita come  un racconto in divenire. Ogni volta che perdiamo questa capacità di raccontare noi stessi, la nostra vita, quello che abbiamo dentro, ci siamo scompensati.  E' compito dell'operatore di scrittura “terapeutica” e di chiunque scriva per esprimersi,  riconoscere la vitalità delle parole che nascono accettandone anche la “coraggiosa e preziosa imperfezione”; anche se quello che mettiamo sulla carta non è grammaticalmente  perfetto o elegante come la prosa o i versi uno scrittore, è importante per noi e per gli altri che ci circondano.

Dalla scrittura viene infine l'espressione artistica: se è indubbio che esista una creatività ordinaria, che ognuno di noi possiede, può utilizzare,  forse il punto estremo di questa ideale e progressiva linea comunicativa è la creatività straordinaria, quella dei grandi geni dell'umanità, individui che hanno sapientemente unito in sé la libertà creativa e la capacità tecnica.

martedì 26 luglio 2016

Parliamo di

Un articolo sovrappeso
di Manuela Leonessa

Fine Luglio, tempo di mare e di bikini per molte, ma non per tutte. 
Tante si sono ritrovate di fronte allo specchio con il conto alla rovescia ormai esaurito. A Marzo ci eravamo dette: “Ho 4 mesi di tempo, riuscirò ben a perdere due chili al mese, no? Fanno otto chili. Perfetto!”
E invece a fine luglio ci ritroviamo con i chili ancora tutti lì. Come è potuto accadere?
Torniamo indietro nel tempo. Torniamo a Marzo. Se va bene abbiamo esattamente il peso che avevamo a marzo dell’anno prima; se va male anche un paio di chili in più. Ma siamo sicure che stavolta ce la faremo. Non abbiamo nessun elemento che avvalori la nostra tesi, ma non importa: volere è potere e noi, ardentemente, vogliamo.
Così ce lo diciamo e ce lo ripetiamo: “Da adesso sono a dieta.” 
Dieta, una parola bellissima. Cinque lettere che racchiudono il segreto della perfezione, il mistero dell’eterna giovinezza. Perché è ovvio, nel delirio perfezionista evocato dalla nostra aspirazione, il giorno che finalmente saremo magre saremo anche inspiegabilmente belle. E giovani. 
Decidiamo per una dieta drastica. Chi ben comincia è a metà dell’opera. Se si rivelerà troppo dura potremo correggere il tiro cammin facendo. L’importante è che i risultati si vedano in fretta. Questo ci servirà da incoraggiamento. Del resto che ci vuole? Basta non mangiare.
Di tutto quello che può accadere tra un frugale pasto e l’altro non ci preoccupiamo. Attacchi di fame, voglia smodata di cibi proibiti, debolezza e la languida nostalgia per l’atto del masticare, sono tutti aspetti che neanche consideriamo. Di fronte a noi c’è solo il prendisole comprato l’anno scorso, quello che non abbiamo mai avuto il coraggio di mettere, perché ci faceva assomigliare a una mongolfiera. Oggi gli abbiamo tolto l’etichetta perché quest’anno lo indosseremo, è una certezza.
Così pranziamo con uno yogurt magro, camminando a passo leggero per la cucina, come la modella della pubblicità. Visto? E che ci vuole? Ci tastiamo con consapevolezza l’addome. Mica ci aspettavamo che fosse già sparito... ma sparirà.
All’una e mezza ci concediamo anche una pesca. Del resto uno yogurt è davvero troppo poco, mica voglio fare come quelle incompetenti che perdono sette chili in un mese e ne recuperano nove quello successivo! Già che ci sono addento anche una fetta di pane, tanto è integrale.
La giornata si avvia verso la sera. Mi sento già una persona nuova, ma il primo ostacolo si staglia impietoso sul mio cammino: la cena.
Cosa preparo per cena? Pensavo di mangiarmi un’insalatina scondita. Ma cosa darò da mangiare ai miei figli? E a mio marito? Mica si accontenteranno di un po’ di erba nel piatto, e hanno ragione, quella a dieta sono solo io.
Così mi accingo a preparare per loro un vero pasto. Tolgo dal frigo tutto quanto c’è di buono. Che piacere tenere in mano quelle leccornie. Tolgo dal suo involucro il prosciutto aspirandone con autentico amore il profumo. Grattugio il parmigiano contemplando i riccioli di formaggio che si adagiano nel piatto con grazia. Affetto le zucchine, sono perfette nella loro fragranza.  Odo il cric della scorza ad ogni affondo di coltello. Preparo il piatto di zucchine al forno con un entusiasmo fino ad ora sconosciuto, al punto che sbaglio le dosi e devo contenerlo nella teglia più grande,  quella per gli ospiti. Ma sono fiera di me, sono convinta che sarà buonissimo.
A tavola guardo con orgoglio il mio piatto di insalata quasi scondita. Quasi. Un cucchiaino di olio extravergine di oliva è sempre concesso.
Intanto servo porzioni abbondanti di zucchine al forno ai miei cari.
La fame urla nello stomaco. L’aria mi riempie la pancia peggio della ricotta in un cannolo ripieno. Cavolo, produco solo paragoni culinari, il cibo mi riempie la testa. Che diamine, una fettina di zucchine al forno che sarà mai! Decido di essermela guadagnata, così me ne prendo una fetta. Non esageriamo, mezza. 
Il pasto è una festa, un’apoteosi di complimenti meritati, soprattutto perché ho cucinato per tutti tranne che per me.
Finita la cena mio marito si chiude in bagno e i miei figli in camera.
Resto da sola con i piatti da lavare. Le zucchine al forno sono state un trionfo, ma ne resta ancora una fetta enorme nella teglia. A casa mia non si butta via niente, ma le dimensioni di quella fetta non equivalgono a nessun modello standard. Troppo grande per essere considerata una porzione, troppo piccola per due. L’azione anticipa il pensiero e mi ritrovo a divorala a cucchiaiate. È un momento di pura gioia.
Il mio stomaco si sintonizza sul mio entusiasmo e più veloce di un pensiero ultimo, si gonfia. Dolorosamente mi riscuoto.
“Sono una fallita.”
Non mi rendo neanche conto di averlo pensato, ma lo accetto come incontrovertibilmente vero.
Ma ragioniamo. Mi ritengo una fallita e ho solo mangiato una fetta di torta alla zucchina.
Sono davvero una fallita o erano le mie pretese ad essere sovradimensionate?
Un barattolino di yogurt e una insalatina. Siamo realistici, avrebbero dovuto chiudermi in bagno e buttare via la chiave per impedirmi di mangiare quella fetta. Più che fallita direi che ero affamata.
Ma le diete richiedono il prezzo di un po’ di fame; se non sono in grado di resistere non riuscirò mai a dimagrire.
E chi l’ha detto che non riuscirò mai a resistere? Forse si tratta di correggere un po’ il tiro, forse si tratta solo di imparare a conoscere e prevedere meglio le mie reazioni. 
D’accordo, ho mangiato una fetta di torta alla zucchina, e allora? È solo sulla base di questo sgarro che ho deciso di non essere in grado di affrontare una dieta?
Ho altre evidenze che sostengono questa affermazione? No?
Francamente, allora, direi che ho pochi elementi per sostenere la mia teoria.
Ma torniamo alla fetta di zucchina e al fatto di considerarmi una fallita. 
Proviamo a pensare a quale conclusione sarei giunta se, mangiando quella fetta, non fossi stata a dieta. Probabilmente alla conclusione che sono un' ottima cuoca.
Invece no, mi colpevolizzo, innescando tutta una serie di pensieri che avranno il solo risultato di minare la mia determinazione: “È tutto inutile, lasciamo perdere.”
Oppure: “Potrei andare da un dietologo, ma tanto so che mio marito non è d’accordo, è convinto che sarebbero soldi buttati via.” 
Questa convinzione non si sa bene da dove salti fuori, visto che a vostro marito non avete mai chiesto nulla e non avete ancora imparato a leggergli nel pensiero.
Questi, come altri, sono tutti pensieri distorti, privi di alcuna logica, che ci facciamo girare nella testa continuamente. Automaticamente. E che accettiamo sempre, passivamente, per veri.
Proviamo ad ascoltarci ogni qual volta ci investe un’emozione; proviamo a scoprire il pensiero  che l’ha generata. E non venite a dirmi che non c’è stato nessun pensiero: un’emozione scaturisce sempre da un pensiero.

E quando avremo imparato ad ascoltare questi pensieri potremo analizzarli, scoprire quanto sono illogici e se diventeremo veramente brave potremo modificarli. Allora la vita sarà più semplice. E le diete pure.

domenica 24 luglio 2016

Le recensioni di Lorena


KATE RADIX

LE APPARENZE





Kate Radix  vive in provincia di Pistoia con marito, due figli e due gatti. Di se stessa dice:  “Leggo da prima di parlare e, nelle intenzioni, scrivo da una vita, ma ho provato a farlo sul serio solo nel 2012. Da lì, ho scritto tre romanzi e una raccolta di racconti, oltre ad altri racconti sparsi che non ho ancora riunito. Un romanzo e una raccolta di racconti sono già disponibili su Amazon, mentre gli altri due romanzi sono in rilettura, perché voglio farlo almeno una volta prima di metterli in vendita. In futuro, progetto di tentare un romanzo surreale, sul genere kinghiano (che tanto adoro) e che ho sperimentato solo nei racconti.” 
Su Kate mi permetto di aggiungere: “Ironica, simpatica e dannatamente brava”.
Vi invito a leggere la recensione pensata e scritta per “Le Apparenze”.





SINOSSI: 

Un uomo viene ucciso tra la folla nel centro di Grindom. Una bambina sparisce nel nulla per essere ritrovata cadavere pochi giorni dopo. Due omicidi ingiustificati, tanti indiziati e nessun colpevole. Due ispettori dovranno mettere da parte le proprie convinzioni e ricordare che la copertura concessa all'apparenza è il miglior alibi che si possa desiderare.

766 pagine non sono uno scherzo. Non si possono affrontare con leggerezza, né frettolosamente. Non fosse altro per il rispetto che il lettore deve dimostrare nei confronti di chi ha passato mesi e mesi su quelle parole. Pensavo che Kate Radix avesse passato gran parte degli ultimi anni su questo romanzo, ma mi sbagliavo. Anche quella supposizione lo era, come tutte le altre che mi ero fatta, durante la lettura de “Le Apparenze”.  Non ho resistito e gliel’ho chiesto. Lei mi ha risposto subito: cinque mesi. Cinque mesi passati a scrivere soprattutto di notte, l’unico momento in cui è davvero libera di farlo. La notte è silenziosa e  la casa tace. In quel momento Kate Radix scrive storie. Le sue storie, con uno stile perfetto e sempre padrone della situazione. Cinque mesi, per 766 pagine, sono davvero pochi. In cinque mesi si può scrivere qualsiasi cosa, non ci sono dubbi, ma lo si può fare in maniera sbagliata, affrettata, superficiale. Lo si può fare se non si scrive come fa Kate: con cognizione di causa e con dialoghi perfettamente costruiti, convincenti e sempre adatti alla scena e ai personaggi. 
Le vicende descritte  nel romanzo si svolgono in America, precisamente nella provincia americana. Pur essendo influenzata dalla scrittura di Stephen King, (in qualche passaggio lo stile del “maestro” si sente in maniera prepotente), l’atmosfera che si respira fra le pagine de “Le Apparenze” ha il sapore delle scene Lynchane. Dietro l’apparenza di ogni personaggio si cela qualcosa di torbido, inenarrabile, incomprensibile. Tutto è come non sembra e tutto deve essere scoperto con calma, scavando fino in fondo e ignorando il fetore marcio che, pagina dopo pagina, aumenta e ci sommerge, soffocandoci, quasi. 
Green Lake e gli altri luoghi citati fanno pensare a cittadine idilliache, dove si può vivere tranquillamente e dove si conoscono tutti i vicini di casa. Giardini all’americana, pomeriggi che profumano di barbecue, di risate, di allegria. E invece no. Non è affatto così. Un uomo viene ucciso e una bambina scompare. Verrà ritrovata cadavere, nel lago. Ma non è morta affogata. Due poliziotti indagano. Sono Antonio De Rosa e Sonia Wooden. Lui  sembra il classico poliziotto anonimo che siamo abituati a vedere dei telefilm americani: robusto, amante della buona tavola, con una moglie e due figli tranquilli e sereni. Lei, invece, è fin troppo bella per essere una poliziotta. Bella, determinata e intelligente. Chissà perché, ma ho pensato subito all’autrice, mentre leggevo la superba descrizione di Sonia.
Fin dalle prime battute, Kate Radix dimostra la capacità (rara e non sempre riscontrabile negli scrittori di gialli), di portare il lettore all’interno di una storia complicata con una semplicità a volte disarmante. Ti ritrovi all’interno della storia senza volerlo e inizi a indagare insieme ai due poliziotti, unendoti a loro nelle indagini e spiando la vita dei cittadini di Green Lake dalle finestre aperte. Perché i cittadini di Green Lake ci sono quasi tutti. E ci sei anche tu, mio caro lettore. Anche tu entri a far parte di questa composita società. Anche tu rimani intrappolato fra le strade di questa cittadina e ne uscirai solo quando avrai finito di leggere “Le Apparenze”. 
Tutto non apparirà più come all’inizio e la verità, l’unica verità che non avresti mai sospettato, ti coglie impreparato e ti fa male, proprio come fa male alla persona che la intuisce e che, in seguito, la deve accettare. Perché quello è il suo lavoro, e la sua professionalità e la sua onestà vengono prima di tutto. Perfino prima del dolore allucinante con cui dovrà vivere, da quel momento in poi. 

Il finale è un fuoco d’artificio che ti scoppia nel petto e ti stordisce. Ma non poteva essere pensato un  finale più perfetto di quello che leggerai, caro lettore. Dire che è stato uno dei più bei gialli che ho letto ultimamente non è azzardato. Brava Kate! Ti auguro un successo enorme, perché sei una delle poche che lo meritano davvero. 



giovedì 21 luglio 2016

Vi consigliamo di leggere





SILVIA MAIRA




I funerali di nonna Isadora riporteranno Isa, quarantenne di origini siciliane, dopo vent’anni, in Sicilia.
Il suo matrimonio con Sergio è in crisi. La nonna e i suoi due figli sono gli unici affetti autentici della sua esistenza.
Sarà l’occasione per fare un viaggio a ritroso nel tempo, scavando nei propri ricordi di bambina e di adolescente,  ritrovando  gli affetti che aveva lasciato. In questo viaggio tra i ricordi si ritroverà faccia a faccia con una parte del suo passato che aveva cercato di dimenticare, ma con il quale dovrà fare i conti, per riappacificarsi prima di tutto con se stessa e risolvere problemi della sua vita mai risolti.

Un percorso intenso, nostalgico, dolcissimo e doloroso al tempo stesso, che porterà la protagonista ad interrogarsi sulla propria vita, a dare risposte a delle domande che l’hanno inseguita, a far pace con se stessa e riscoprire quei banali momenti speciali che ha sempre desiderato.




E, se volete guardare il suo video, lo trovate qui:

https://www.youtube.com/watch?v=HPHTbfmcoTI





Daniela Vasarri è nata e vive a Milano. Ha viaggiato molto e la sua passione per la scrittura l'ha spinta a cimentarsi nella narrazione di racconti d'ispirazione autobiografica. Ho conosciuto Daniela a seguito di un concorso, che entrambe avevamo vinto e ho scoperto, in lei, una sensibilità rara e preziosa. Dedico questo mio primo post a questa bravissima scrittrice, invitandovi a leggere Maeva, la benvenuta (L'amore ai tempi del web), per scoprire la delicatezza della sua scrittura. 

***

Matilde è una donna moderna e coraggiosa, oltre che dannatamente ostinata. Non più sposata, decide di inseguire il proprio sogno di maternità, negatole nel precedente matrimonio e di affrontare da sola le fatiche e i dubbi di un’adozione. La nuova condizione è un’operazione delicata e affascinante, di certo anche coinvolgente ma spesso difficoltosa, proprio perché vissuta come unico genitore. Negli incontri dei personaggi che vivono indirettamente con lei questa esperienza, Matilde sa ben destreggiarsi perché possiede una guida interiore e un affetto giovanile ricorrente nella memoria, che le daranno la forza anche i migliorarsi.
Parte quindi in direzione Thailandia e, dopo aver superato la burocrazia e la diffidenza del personale dell’orfanotrofio, incontra così Maeva, una bimba scampata miracolosamente al terribile tsunami del 2004, che diviene finalmente sua figlia adottiva.
Ritornata in Svizzera, dove ha la sua residenza, Matilde sente che l’amore è entrato nuovamente nella sua vita, grazie al rapporto con la bambina, e l’amore richiama sempre altro amore. La vita della giovane donna – e anche quella della bambina – conosceranno una svolta positiva assolutamente inattesa.


mercoledì 20 luglio 2016

Parliamo di




SCRITTURA COME TERAPIA 
di Roberta Andres

Già nei primi anni di vita la parola è il tramite con cui comunicare le emozioni, le paure; poi andando avanti con l'età diventa anche il modo per  comunicare con ordine, in maniera logica e razionale. La parola è alla base della comunicazione tra individui, dalla prima comunicazione (quella appunto tra la madre e il bambino) a quella degli amici o degli amanti che si dicono l'un l'altro quello che sentono.
Le  più antiche forme di narrazione, quelle orali, non erano espressione di personalità particolari, di veri e propri artisti. Chiunque raccontava: i sacerdoti ai fedeli, le madri ai figli, i nonni ai nipoti. Persone qualsiasi che avevano avuto in dono racconti, nenie, preghiere, filastrocche, e le trasmettevano alle generazioni successive. Il racconto, la narrazione, esistevano   prima in forma orale, ma si dovette aspettare  la scrittura  perché il racconto trovasse una forma  più duratura e più stabile della mnemonica narrazione fatta dagli anziani ai più giovani delle comunità; narrazione che prima fu la semplice stesura di quanto tramandato dagli aedi,  poi solo col tempo divenne  l' espressione individuale di un artista.

 Dalla parola quindi solo in un secondo momento nasce la scrittura, che è il tentativo di ripristinare una presenza, di riattualizzare qualcosa che ora manca, colmare l'assenza della voce continuando a  parlare mediante le parole scritte. La scrittura quindi ha molte funzioni tra cui quella di individuazione, cioè la generazione di una forte consapevolezza di noi stessi, perché tramite essa, nel momento in cui ci esprimiamo, noi  rendiamo consapevoli gli altri ma ancora prima noi stessi di quel che proviamo.   Nelle situazioni in cui non siamo consapevoli ma sentiamo di provare qualcosa di poco chiaro, di confuso, scrivere spesso ci fa trovare le parole per esprimerci e ci chiarisce  sentimenti, incertezze, ambivalenze dentro di noi. (“per esprimere la propria voce ci vuole chiarezza interiore, o una gran confusione che si chiarisce nella scrittura...” Francesco Piccolo).  E quando siamo bloccati da angosce, nevrosi, sentimenti che non riusciamo a tirar fuori magari solo perché ce ne vergogniamo o perché temiamo possano non piacere agli altri, essa può assumere un valore addirittura terapeutico. Se ci si libera da paura rigidità rabbia, può venire alla coscienza un'azione, un'emozione, un'immagine che si è registrata anche molto tempo prima ed è rimasta in noi. In questo senso può essere importante ad esempio tenere un diario. La scrittura è dentro di noi, basta liberare le associazioni mentali, affrontare le nostre ossessioni.
 Circa la valenza terapeutica c'è chi ha studiato con metodologie scientifiche gli effetti benefici della scrittura: a partire dagli anni Ottanta James Pennebaker, docente alla Facoltà di Austin in Texas ha  rilevato, con una ricerca durata circa venti anni, le ricadute positive non solo psicologiche ma anche fisiologiche, immunologiche, ecc., misurabili oggettivamente, che i pazienti avevano scrivendo dei propri sentimenti ed eventuali traumi; c’è chi ha ideato (vedi Guarire con la scrittura di Revault)  un metodo  basato sulla scrittura come ascolto di sé stessi, individuazione, autorizzazione a scrivere, metodo di liberazione di sé stessi:  la scrittura primitiva, la scrittura-follia che parte dalle parole per noi importanti e arriva al flusso di coscienza; la lettera simbolica, scritta a qualcuno che ci ha fatto soffrire o che al contrario ci ha dato affetto o amore, il racconto di ricordi lontani, ecc.  
Senza arrivare ai casi in cui la scrittura è stata usata come terapia anche con psicotici più o meno gravi (vedi: “Quel drago sconfitto”, Governali, Nicotra, che tratta dell'esperienza fatta a Catania con pazienti in cura al reparto psichiatrico della AUSL), mediante la scrittura possiamo senza dubbio  dare spazio all'immaginazione, riprendere contatto con parti di noi dimenticate o rimosse, ascoltare e sentirsi ascoltati, accettare e conoscere l'altro: scrivere per relazionarci agli altri è importante per tutti, non solo  per lo scrittore che scrive  per pubblicare. Si scrive allora  per liberare le emozioni che ci neghiamo, i ricordi dimenticati, le paure che abbiamo. 
Secondo Oliver Saks  un uomo normale è quello che vive la sua vita come  un racconto in divenire. Ogni volta che perdiamo questa capacità di raccontare noi stessi, la nostra vita, quello che abbiamo dentro, ci siamo scompensati.  E' compito dell'operatore di scrittura “terapeutica” e di chiunque scriva per esprimersi,  riconoscere la vitalità delle parole che nascono accettandone anche la “coraggiosa e preziosa imperfezione”; anche se quello che mettiamo sulla carta non è grammaticalmente  perfetto o elegante come la prosa o i versi uno scrittore, è importante per noi e per gli altri che ci circondano.

Dalla scrittura viene infine l'espressione artistica: se è indubbio che esista una creatività ordinaria, che ognuno di noi possiede, può utilizzare,  forse il punto estremo di questa ideale e progressiva linea comunicativa è la creatività straordinaria, quella dei grandi geni dell'umanità, individui che hanno sapientemente unito in sé la libertà creativa e la capacità tecnica.


*****

Un articolo sovrappeso
di Manuela Leonessa

Fine Luglio, tempo di mare e di bikini per molte, ma non per tutte. 
Tante si sono ritrovate di fronte allo specchio con il conto alla rovescia ormai esaurito. A Marzo ci eravamo dette: “Ho 4 mesi di tempo, riuscirò ben a perdere due chili al mese, no? Fanno otto chili. Perfetto!”
E invece a fine luglio ci ritroviamo con i chili ancora tutti lì. Come è potuto accadere?
Torniamo indietro nel tempo. Torniamo a Marzo. Se va bene abbiamo esattamente il peso che avevamo a marzo dell’anno prima; se va male anche un paio di chili in più. Ma siamo sicure che stavolta ce la faremo. Non abbiamo nessun elemento che avvalori la nostra tesi, ma non importa: volere è potere e noi, ardentemente, vogliamo.
Così ce lo diciamo e ce lo ripetiamo: “Da adesso sono a dieta.” 
Dieta, una parola bellissima. Cinque lettere che racchiudono il segreto della perfezione, il mistero dell’eterna giovinezza. Perché è ovvio, nel delirio perfezionista evocato dalla nostra aspirazione, il giorno che finalmente saremo magre saremo anche inspiegabilmente belle. E giovani. 
Decidiamo per una dieta drastica. Chi ben comincia è a metà dell’opera. Se si rivelerà troppo dura potremo correggere il tiro cammin facendo. L’importante è che i risultati si vedano in fretta. Questo ci servirà da incoraggiamento. Del resto che ci vuole? Basta non mangiare.
Di tutto quello che può accadere tra un frugale pasto e l’altro non ci preoccupiamo. Attacchi di fame, voglia smodata di cibi proibiti, debolezza e la languida nostalgia per l’atto del masticare, sono tutti aspetti che neanche consideriamo. Di fronte a noi c’è solo il prendisole comprato l’anno scorso, quello che non abbiamo mai avuto il coraggio di mettere, perché ci faceva assomigliare a una mongolfiera. Oggi gli abbiamo tolto l’etichetta perché quest’anno lo indosseremo, è una certezza.
Così pranziamo con uno yogurt magro, camminando a passo leggero per la cucina, come la modella della pubblicità. Visto? E che ci vuole? Ci tastiamo con consapevolezza l’addome. Mica ci aspettavamo che fosse già sparito... ma sparirà.
All’una e mezza ci concediamo anche una pesca. Del resto uno yogurt è davvero troppo poco, mica voglio fare come quelle incompetenti che perdono sette chili in un mese e ne recuperano nove quello successivo! Già che ci sono addento anche una fetta di pane, tanto è integrale.
La giornata si avvia verso la sera. Mi sento già una persona nuova, ma il primo ostacolo si staglia impietoso sul mio cammino: la cena.
Cosa preparo per cena? Pensavo di mangiarmi un’insalatina scondita. Ma cosa darò da mangiare ai miei figli? E a mio marito? Mica si accontenteranno di un po’ di erba nel piatto, e hanno ragione, quella a dieta sono solo io.
Così mi accingo a preparare per loro un vero pasto. Tolgo dal frigo tutto quanto c’è di buono. Che piacere tenere in mano quelle leccornie. Tolgo dal suo involucro il prosciutto aspirandone con autentico amore il profumo. Grattugio il parmigiano contemplando i riccioli di formaggio che si adagiano nel piatto con grazia. Affetto le zucchine, sono perfette nella loro fragranza.  Odo il cric della scorza ad ogni affondo di coltello. Preparo il piatto di zucchine al forno con un entusiasmo fino ad ora sconosciuto, al punto che sbaglio le dosi e devo contenerlo nella teglia più grande,  quella per gli ospiti. Ma sono fiera di me, sono convinta che sarà buonissimo.
A tavola guardo con orgoglio il mio piatto di insalata quasi scondita. Quasi. Un cucchiaino di olio extravergine di oliva è sempre concesso.
Intanto servo porzioni abbondanti di zucchine al forno ai miei cari.
La fame urla nello stomaco. L’aria mi riempie la pancia peggio della ricotta in un cannolo ripieno. Cavolo, produco solo paragoni culinari, il cibo mi riempie la testa. Che diamine, una fettina di zucchine al forno che sarà mai! Decido di essermela guadagnata, così me ne prendo una fetta. Non esageriamo, mezza. 
Il pasto è una festa, un’apoteosi di complimenti meritati, soprattutto perché ho cucinato per tutti tranne che per me.
Finita la cena mio marito si chiude in bagno e i miei figli in camera.
Resto da sola con i piatti da lavare. Le zucchine al forno sono state un trionfo, ma ne resta ancora una fetta enorme nella teglia. A casa mia non si butta via niente, ma le dimensioni di quella fetta non equivalgono a nessun modello standard. Troppo grande per essere considerata una porzione, troppo piccola per due. L’azione anticipa il pensiero e mi ritrovo a divorala a cucchiaiate. È un momento di pura gioia.
Il mio stomaco si sintonizza sul mio entusiasmo e più veloce di un pensiero ultimo, si gonfia. Dolorosamente mi riscuoto.
“Sono una fallita.”
Non mi rendo neanche conto di averlo pensato, ma lo accetto come incontrovertibilmente vero.
Ma ragioniamo. Mi ritengo una fallita e ho solo mangiato una fetta di torta alla zucchina.
Sono davvero una fallita o erano le mie pretese ad essere sovradimensionate?
Un barattolino di yogurt e una insalatina. Siamo realistici, avrebbero dovuto chiudermi in bagno e buttare via la chiave per impedirmi di mangiare quella fetta. Più che fallita direi che ero affamata.
Ma le diete richiedono il prezzo di un po’ di fame; se non sono in grado di resistere non riuscirò mai a dimagrire.
E chi l’ha detto che non riuscirò mai a resistere? Forse si tratta di correggere un po’ il tiro, forse si tratta solo di imparare a conoscere e prevedere meglio le mie reazioni. 
D’accordo, ho mangiato una fetta di torta alla zucchina, e allora? È solo sulla base di questo sgarro che ho deciso di non essere in grado di affrontare una dieta?
Ho altre evidenze che sostengono questa affermazione? No?
Francamente, allora, direi che ho pochi elementi per sostenere la mia teoria.
Ma torniamo alla fetta di zucchina e al fatto di considerarmi una fallita. 
Proviamo a pensare a quale conclusione sarei giunta se, mangiando quella fetta, non fossi stata a dieta. Probabilmente alla conclusione che sono un' ottima cuoca.
Invece no, mi colpevolizzo, innescando tutta una serie di pensieri che avranno il solo risultato di minare la mia determinazione: “È tutto inutile, lasciamo perdere.”
Oppure: “Potrei andare da un dietologo, ma tanto so che mio marito non è d’accordo, è convinto che sarebbero soldi buttati via.” 
Questa convinzione non si sa bene da dove salti fuori, visto che a vostro marito non avete mai chiesto nulla e non avete ancora imparato a leggergli nel pensiero.
Questi, come altri, sono tutti pensieri distorti, privi di alcuna logica, che ci facciamo girare nella testa continuamente. Automaticamente. E che accettiamo sempre, passivamente, per veri.
Proviamo ad ascoltarci ogni qual volta ci investe un’emozione; proviamo a scoprire il pensiero  che l’ha generata. E non venite a dirmi che non c’è stato nessun pensiero: un’emozione scaturisce sempre da un pensiero.
E quando avremo imparato ad ascoltare questi pensieri potremo analizzarli, scoprire quanto sono illogici e se diventeremo veramente brave potremo modificarli. Allora la vita sarà più semplice. E le diete pure.

*****

Voce del verbo cellulare

(ovvero, della cellulare - addiction)-  Di Manuela Leonessa


Oggi è il compleanno di mia figlia, compie 17 anni, si chiama Iside ed è bellissima.
Mia suocera le ha regalato un cellulare.
Che bello, un cellulare. Proprio un regalo adatto a una diciassettenne, direte voi, peccato che sia il quinto.
Una suocera è pur sempre una suocera, è insito nella natura umana tollerarla a malapena, e mi piacerebbe scagliarmi contro la sua inettitudine pensando che, almeno nella scelta dei regali di compleanno,  sia una perfetta cretina, ma non posso. Perché Iside l’ha tormentata per mesi, convincendola della necessità di un nuovo cellulare.
 Mia suocera ha la passione dei profumi e dei bagnoschiuma d’autore. Avrebbe tanto voluto regalare a sua nipote un profumo con annessa cintura firmata. Una confezione elegante di quelle che lei definisce perfette per una vera signorina. Ma a mia figlia non interessa molto diventare una vera signorina, preferisce avere cinque cellulari, e l’ha spiegato a sua nonna senza troppi giri di parole.
Da piccola, Iside non la nonna, aveva una carrellata di Barbie che non finiva più. Le allineava sul letto ognuna con il proprio nome. Nomi terribili tratti dalle telenovelas. Noi non guardiamo le telenovelas, ma mia suocera sì. Forse è per questo che crede ancora al concetto di vera signorina. Ad ogni modo erano 11 Barbie(sette, ovviamente, gliele aveva regalate lei) ognuna con un nome da spavento e tutte ugualmente indispensabili. Una faceva la maestra, abitava in una casa sull’angolo destro della testata del letto a cui si accedeva scavalcando un recinto fatto con i pennarelli  Jumbo della Carioca, la seconda aveva il negozio di panetteria proprio al centro del letto. La panetteria era  fondamentale, perché le figlie delle Barbie (niente figli maschi naturalmente) dovevano comprarsi la pizza tutte le mattine prima di andare a scuola. Le altre nove avevano ruoli altrettanto importanti ma possiamo evitarceli. Era solo per darvi un’idea.
Non voglio dire che i  telefonini siano come le Barbie, ma per Iside, sono tutti, ugualmente, indispensabili.
Il giorno del suo compleanno, suo padre e io, le abbiamo regalato l’abbonamento al teatro Stabile. Lei lo ha accolto con giubilo eccessivo  prima di metterlo da parte in fretta. A quel punto si è concentrata con felina determinazione sul pacco che per forma e dimensioni doveva contenere il nuovo cellulare.  Lo ha aperto con materna sollecitudine, lo ha preso in mano con affetto antropomorfizzato. Al nostro abbonamento già non pensava più, ma il fatto che si sia dimenticata di ringraziare la suocera ha mitigato un po’ la mia delusione.
Comunque: il primo telefonino lo usa per  le compagne di scuola, il secondo lo utilizza principalmente per giocare e connettersi a Internet. Col  terzo cellulare comunica con gli amici che esulano dalla scuola, il quarto lo usa per lavoro (studia all’alberghiero, ha contatti con diversi ristoranti che la chiamano ad ore soprattutto in occasione di matrimoni e feste). Mancava solo il cellulare per comunicare con noi.
Ci siamo sempre lamentati delle difficoltà che incontriamo per metterci in contatto con nostra figlia, perché pur avendo quattro cellulari in tasca, non ci chiama mai. Iside ha una mentalità da ragioniera, pianifica i costi e le spese necessarie per mantenere attive le quattro linee telefoniche sulla base delle sue disponibilità finanziarie. In questo piano noi non siamo contemplati. Se deve fare tardi, se decide di fermarsi a cena, fuori casa, lo faa e basta. Quando la giusta ansia genitoriale arriva al parossismo chiamiamo noi. Inutile dire delle litigate, le sue motivazioni sono inattaccabili, almeno dal suo punto di vista. Il nostro conta poco.
Così  il quinto telefonino l’ha voluto per  noi, di cosa ci lamentiamo?
Io infatti non mi lamento. Mi preoccupo.
Se bere un bicchiere di vino ogni tanto è salutare, ma scolarsi una bottiglia a pasto è etilismo, se comprare un Gratta e Vinci ogni tanto è una coccola, ma giocare a costo della bancarotta è dipendenza, allora mi chiedo se avere cinque cellulari, quando uno basta e avanza non sia argomento sufficiente da attivare la mia allerta.
Quanto tempo passa mediamente vostro figlio al telefonino?
Non è per ripetermi, ma mia figlia di telefonini adesso ne ha cinque, e dal momento che è cresciuta nutrita dai sani principi dell’ egualitarismo  e dell’imparzialità, dedica ad ognuno di loro lo stesso tempo. Tra telefonate e SMS, se contiamo sia quelli in entrata che quelli in uscita, credo che superi ogni giorno i 300 contatti. Certo con tutta questa attività cellulare il tempo per studiare resta poco. Il rendimento scolastico infatti ne risente soprattutto per quel che riguarda l’italiano. Ma non è solo una questione di applicazione. Da quando, grazie al quinto telefonino, messaggia anche con noi, ho scoperto in mia figlia un insospettabile dono della sintesi. I suoi messaggi sono più o meno di questo tenore.
“nn vgo  cna. Nn aspti”. Se anche nei temi scrive così, capisco perché la professoressa non è contenta.
Noi non riusciamo a capire mai che cosa vuole dirci, ci accontentiamo di constatare che se ci scrive vuol dire che è ancora viva. Una volta, ho provato a ricambiarla con la stessa moneta e le ho scritto: “mnbgchjyt gdfreti  gdlmnnnuita re?”
Lei ha capito tutto e mi ha risposto immediatamente
“Yes.”
Mia  figlia non parla più,  messaggia.  Anche quando non è sola.
L’altro giorno, per caso, l’ho vista al bar con un’amica,  Se ne stavano sedute a un tavolino, una di fronte all’altra. Non si parlavano, non si guardavano. Erano  entrambe chine sul proprio smartphone  ad agitare selvaggiamente le dita. Si parlavano così.
Certo questo tipo di comunicazione ha i suoi vantaggi. Il telefonino media le relazioni con l’altro, evita il contatto diretto, permettendo di  idealizzare l’amico che,  in questo modo, possiamo immaginare sempre sorridente, sempre gentile. L’amico dall’altra parte del filo (ma non c’è più nemmeno il filo) mi dà sempre ragione, difficile trovare un occasione di litigio. Come faccio a litigare con gli SMS? Mi stanco prima.
E poi mi sono accorta che mia figlia non sa stare senza telefonini accesi.  Con la scusa che qualcuno potrebbe cercarla anche di notte non li spegne neanche quando dorme. E’ un’abitudine che ha i suoi vantaggi dal momento che la sveglia con lei non ha mai funzionato.  Al mattino quando non si vuole alzare, le telefono. Non sul quinto cellulare, quello lo tiene spento, ma io conosco i numeri degli altri quattro.
Però non va bene lo stesso. Iside usa i cellulari come fossero degli ansiolitici, non li spegne mai per non restare sola, per non sentirsi isolata. Il cellulare è diventato per lei il simbolo della presenza dell’altro. Solo che lei di telefonini ne ha cinque, così non sapendo bene a quale altro riferirsi ha fatto prima ad affezionarsi ai telefonini. Se li porta dappertutto come dei  feticci. Se i telefonini sono accesi non si sente sola se sono spenti sì. Mi è venuto il dubbio che i telefonini spenti equivalgano per lei a una condizione di non esistenza.
Mia figlia è cambiata, ma non so come. Come faccio a scoprirlo se non mi parla più?
Ma vi ricordate quando esistevano le cabine telefoniche? Il telefono non era un prolungamento della personalità dell’individuo, men che meno un suo sostituto. C’erano lunghi momenti in cui stavamo soli con noi stessi, e ci annoiavamo.
La noia. Quel meraviglioso vuoto che ci costringeva a guardare in noi stessi.
Oggi i giovani non si annoiano più. Parlo dei giovani, ma per noi adulti è lo stesso. Non siamo più capaci di stare soli. Il cellulare è diventato un compagno totalizzante.
E noi siamo  sempre più isolati.


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