giovedì 29 ottobre 2015

RECENSIAMO

ANTON francesco Milicia



CONTRADA DELLE CASE VECCHIE


Lo chiamano il Fabbro… e tiene sotto scacco Contrada delle Case Vecchie, un pezzo dimenticato di Calabria Ultra dove lo Stato e la Mafia si rincorrono nelle pieghe della zona grigio cenere. Il Maresciallo Pasquale gli dà la caccia ormai da due anni, e da poco tempo lo fa sotto la direzione di un Procuratore Aggiunto dalla mente brillante e dalle intuizioni felici, fatto venire apposta da Roma. Il Fabbro vive a metà tra la normalità di uno qualunque ed un delirio lucido in cui passando da larva a farfalla diventa qualcuno. Compie le sue azioni delittuose con sadico distacco, cattura le sue vittime senza ucciderle, per lasciarle immobilizzate come fantocci in luoghi sperduti nei boschi dell’ Aspromonte e delle Serre calabresi, dopo averle trasformate in “creature”: cibo vivo per le sue “gladiatrici”. Nel suo delirio farcito di ricordi dolorosi, citazioni colte, musica rock, richiami al latino ed all’Impero romano, il Fabbro descrive la sua “poetica del disfacimento” e la sua missione, costringendo chi gli dà la caccia ad immergersi nel suo mondo per risolvere i suoi enigmi. Come un treno senza controllo la storia sfreccia vertiginosamente, diretta verso un finale carico di orrore suggestivo, denso di allegorie dantesche e riferimenti gotici, con tanto di fantasma.

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Ho letto “Contrada Delle Case Vecchie” di Anton francesco Milicia, facendo finta di non conoscere l’autore e di amare il genere horror, che, in realtà, non leggo quasi mai. Se mi fossi approcciata alla lettura con pregiudizio, forse non  sarei riuscita a cogliere la grandiosità della penna di Anton, che, lo ammetto, mi ha stupita e rapita, come solo il Fabbro poteva fare.
Da “lettrice compulsiva”, mi sono ritrovata ad essere “lettrice parsimoniosa” e a centellinare ogni singola pagina che mi separava dal finale di Contrada, perché, essendo stata risucchiata nel vortice psicotico del Fabbro e nelle sue ossessioni, incredibilmente mi sono anche ritrovata a fare il tifo per lui, pur avendo amato, in maniera quasi vergognosa, il Maresciallo Pasquale , uomo “sostanzioso” ( in tutti i sensi), che incarna perfettamente l’idea che abbiamo dell’uomo giusto e onesto, tutore della Legge.
Anton francesco Milicia non ha nulla da invidiare ai migliori scrittori di oltremare, ma, anzi, se ne distanzia notevolmente, con il suo stile accurato e graffiante, soprattutto perché non ha “copiato” nessuno, decidendo di ambientare una storia così forte e violenta, pur nella sua fragile delicatezza, e, chi leggerà il suo romanzo, non potrà non darmene atto, in una Calabria descritta in maniera sublime, ma senza pietismo o sentimentalismo.
I colpi di scena si susseguono, in un continuo crescendo e, quello che il lettore crede di aver scoperto, risulterà sempre differente  da quella che è la realtà del Fabbro, che si prende gioco di tutti, compreso chi legge le sue vicende, pagina dopo pagina, fino al momento in cui verrà scritta la parola “fine”.
Mentre  proseguivo nella lettura mi sono resa conto che scrivere un romanzo simile sarebbe un’impresa titanica per chi, come me, non ha conoscenze approfondite in campo musicale, architettonico o cinematografico. Anton francesco Milicia è un pozzo di conoscenza e la sua “sapienza” viene riversata abilmente fra le righe, ma, sempre, in maniera consona ed emozionante.
Dopo le prime pagine mi sono ritrovata ad ascoltare i brani da lui citati e ad apprezzare ancora di più le sue parole, vivendo, in un certo senso, un’esperienza che, spesso, mi ha tolto il respiro e mi ha fatto accapponare la pelle, inchiodandomi sul  divano per ore.
Il romanzo di Anton francesco Milicia deve essere letto in questo modo: con la musica in sottofondo, con la figura del fabbro sempre accanto e con la consapevolezza che il “mostro”, pur nella sua violenta e spietata follia,  non è  altro che un uomo fragile, incapace di difendere la sua mente malata in modo diverso, se non  “sperimentando” sulle sue vittime la potenza delle sue ossessioni.
Credo che autori così “completi” meriterebbero di avere un successo notevole e sono convinta che Anton francesco Milicia, passo dopo passo, riuscirà a farsi conoscere al grande pubblico, perché lo merita veramente.

Dunque, mi inchino di fronte alla sua “penna magica” e mi riprometto di leggere tutto quello che, questo bravo autore, ha scritto nel passato e scriverà nel futuro, auspicando, vivamente, di poter tornare  a leggere una nuova storia del Fabbro.

venerdì 16 ottobre 2015

RECENSIAMO





Tiffany è una bella trentenne, giornalista, che vive a Bologna. Un giorno riceve sul suo smartphone un inquietante messaggio, accompagnato da una sua foto,  che la ritrae di spalle, nuda. Si tratta di lei, senza alcun dubbio, è riconoscibile da un tatuaggio, un’iris, alla base della schiena. Ma chi le ha scattato quella  foto? Non sarà quello l’unico messaggio del genere e la ragazza, dapprima inquieta, poi sempre più curiosa di conoscere l’identità del misterioso stalker, si metterà a indagare per risalire all’autore di quelle foto che la fanno sembrare così bella, così sensuale… Inizia così il romanzo erotico scritto da Roberta Andres, scrittrice abruzzese ( abita a Pescara), che, con questo lavoro dimostra di essere un’abile narratrice e anche un’esperta tessitrice di storie che hanno il sapore di “mistero” e che poi si rivelano piene d’amore, appena accennato, ma narrato in maniera magistrale.
Il romanzo di Roberta Andres inizia in questo modo

Tiffany usciva frettolosamente dalla redazione del quotidiano in cui lavorava da quattro anni, le braccia ingombre di pacchetti e di buste di varie dimensioni, la borsa del computer a tracolla: era andata a fare shopping nella pausa pranzo, in vista del prossimo matrimonio del padre. Era il tramonto; di solito non finiva mai di lavorare così presto, ma quella sera era riuscita a chiudere gli articoli prima del solito e già pregustava una serata in solitario relax a casa coi gatti, stesa sul divano davanti alla televisione in compagnia di una pizza da asporto, una porzione di patatine fritte e una panna cotta ai frutti di bosco.
Quando il telefono vibrò nella tasca si confuse un momento rischiando di inciampare, cercò di liberare una mano dai pacchetti per prenderlo e controllare chi fosse, poi imprecò tra i denti dandosi dell’imbecille, per la sua mania di essere sempre reperibile e disponibile per tutto e tutti, che le causava attacchi d’ansia quelle rare volte che non riusciva a esserlo! Respirando profondamente decise di aspettare almeno di essere in automobile, seduta comodamente, prima di leggere il messaggio che era arrivato, anche perché sarebbe stato quasi impossibile farlo, a meno di sedersi sui gradini del palazzo e spargere la quantità di oggetti che aveva in mano per terra intorno a sé, rischiando di far inciampare i colleghi che uscivano e dando un ben strano spettacolo ai passanti!
Era tipico del carattere di Tiffany correre alla velocità del mondo che le turbinava intorno, inseguirlo senza mai riuscire a imporre un tempo suo proprio e a “staccare”, assecondando le proprie esigenze e i propri ritmi. Forse proprio per questa sua maledetta tendenza era finita a lavorare nella redazione di un quotidiano, dove i tempi di lavoro erano velocissimi, la vita privata veniva messa da tutti in secondo piano e si correva all’impazzata, inseguendo l’ultima notizia, il titolo, l’informazione necessaria a chiudere la pagina. Lei lavorava alla Cultura, dove gli eventi erano per lo più programmati e routinari, il lavoro più riflessivo di quanto non avvenisse per la Cronaca, ma comunque viveva molte ore della sua giornata, da anni, in un ambiente in cui fare le cose con calma era considerato impensabile e anche un po’ colpevole!
Rimuginando si diresse verso l’automobile parcheggiata poco lontano, sforzandosi di non accelerare i passi sul selciato; era una sfida con se stessa, una di quelle che si imponeva almeno una volta al giorno da quando aveva capito quanto questa sua caratteristica la facesse soffrire e non servisse a nulla se non a diventare succube di tanti che, incontrati lungo il cammino, ne avevano approfittato.
Dopo aver frugato nella borsa in cerca delle chiavi della macchina, per una manciata di secondi che le sembrarono lunghissimi, mentre il telefono continuava a “cinguettare” una volta al minuto, riuscì a trovare le chiavi, aprì lo sportello e piombò sul sedile, lanciando pacchi, pacchetti e buste su quello laterale. Finalmente!
Rimestò nella tasca del giaccone e tirò fuori lo smartphone che lampeggiava: messaggio, numero sconosciuto!
Una frazione di secondi per leggerne il testo: www.****.it. Niente altro, sullo schermo, che un indirizzo del web. Incuriosita cercò subito di connettersi ma, accidenti!, era senza credito e il wireless della redazione era troppo lontano. Per un attimo le balenò l’idea di tornare in ufficio, ma poi riflettendo tirò nuovamente un lungo respiro e si disse ad alta voce, col tono di chi impartisce una lezione:
“Ho finito la mia giornata di lavoro, sto tornando a casa, non c’è niente di così urgente che debba farmi cambiare programma!”

Così conosciamo Tiffany e, pagina dopo pagina ci immergiamo in una storia che sa di giallo, di suspence, di intrigo e, quasi senza accorgercene, veniamo catapultati in un’atmosfera “finemente erotica”, che non sfocia mai nel volgare o nello scontato. Tiffany ci accompagna lungo le strade di Bologna, alla ricerca della persona che le ha scattato, chissà quando, delle foto bellissime, sensuali, passionali. La sua curiosità diventa la nostra curiosità e, fino alla fine, ci chiediamo, così come fa lei, chi è stato a scattarle quelle foto e quando lo ha fatto. Ce lo chiederemo fino alla conclusione del racconto che, chissà perché, dà l’impressione che non si concluda sul serio con l’ultima parola scritta. Ci sarà un seguito? Noi lo speriamo.   











martedì 6 ottobre 2015


LE FOTO DI TIFFANY


Autore: Roberta Andres
Formato: Epub, Kindle

  • Lunghezza stampa: 89
  • Editore: Edizioni Esordienti E-book (12 settembre 2015)
Costo ebook € 4,99

Acquistabile sul sito dell'Editore, su Amazon e su tutti gli store online

SINOSSI

Tiffany è una bella trentenne, giornalista, che vive a Bologna. Un giorno riceve sul suo smartphone un inquietante messaggio, accompagnato da una sua foto, che la ritrae di spalle, nuda. Si tratta di lei, senza alcun dubbio, è riconoscibile da un tatuaggio, un’iris, alla base della schiena. Ma chi le ha scattato quella foto? Non sarà quello l’unico messaggio del genere e la ragazza, dapprima inquieta, poi sempre più curiosa di conoscere l’identità del misterioso stalker, si metterà a indagare per risalire all’autore di quelle foto che la fanno sembrare così bella, così sensuale…

Il ritmo di un thriller, la leggerezza di una storia d'amore.


Dal sito dell'editore www.edizioniesordienti.com 

INCIPIT

Tiffany usciva frettolosamente dalla redazione del quotidiano in cui lavorava da quattro anni, le braccia ingombre di pacchetti e di buste di varie dimensioni, la borsa del computer a tracolla: era andata a fare shopping nella pausa pranzo, in vista del prossimo matrimonio del padre. Era il tramonto; di solito non finiva mai di lavorare così presto, ma quella sera era riuscita a chiudere gli articoli prima del solito e già pregustava una serata in solitario relax a casa coi gatti, stesa sul divano davanti alla televisione in compagnia di una pizza da asporto, una porzione di patatine fritte e una panna cotta ai frutti di bosco.
Quando il telefono vibrò nella tasca si confuse un momento rischiando di inciampare, cercò di liberare una mano dai pacchetti per prenderlo e controllare chi fosse, poi imprecò tra i denti dandosi dell’imbecille, per la sua mania di essere sempre reperibile e disponibile per tutto e tutti, che le causava attacchi d’ansia quelle rare volte che non riusciva a esserlo! Respirando profondamente decise di aspettare almeno di essere in automobile, seduta comodamente, prima di leggere il messaggio che era arrivato, anche perché sarebbe stato quasi impossibile farlo, a meno di sedersi sui gradini del palazzo e spargere la quantità di oggetti che aveva in mano per terra intorno a sé, rischiando di far inciampare i colleghi che uscivano e dando un ben strano spettacolo ai passanti!
Era tipico del carattere di Tiffany correre alla velocità del mondo che le turbinava intorno, inseguirlo senza mai riuscire a imporre un tempo suo proprio e a “staccare”, assecondando le proprie esigenze e i propri ritmi. Forse proprio per questa sua maledetta tendenza era finita a lavorare nella redazione di un quotidiano, dove i tempi di lavoro erano velocissimi, la vita privata veniva messa da tutti in secondo piano e si correva all’impazzata, inseguendo l’ultima notizia, il titolo, l’informazione necessaria a chiudere la pagina. Lei lavorava alla Cultura, dove gli eventi erano per lo più programmati e routinari, il lavoro più riflessivo di quanto non avvenisse per la Cronaca, ma comunque viveva molte ore della sua giornata, da anni, in un ambiente in cui fare le cose con calma era considerato impensabile e anche un po’ colpevole!
Rimuginando si diresse verso l’automobile parcheggiata poco lontano, sforzandosi di non accelerare i passi sul selciato; era una sfida con se stessa, una di quelle che si imponeva almeno una volta al giorno da quando aveva capito quanto questa sua caratteristica la facesse soffrire e non servisse a nulla se non a diventare succube di tanti che, incontrati lungo il cammino, ne avevano approfittato.
Dopo aver frugato nella borsa in cerca delle chiavi della macchina, per una manciata di secondi che le sembrarono lunghissimi, mentre il telefono continuava a “cinguettare” una volta al minuto, riuscì a trovare le chiavi, aprì lo sportello e piombò sul sedile, lanciando pacchi, pacchetti e buste su quello laterale. Finalmente!
Rimestò nella tasca del giaccone e tirò fuori lo smartphone che lampeggiava: messaggio, numero sconosciuto!
Una frazione di secondi per leggerne il testo: www.****.it. Niente altro, sullo schermo, che un indirizzo del web. Incuriosita cercò subito di connettersi ma, accidenti!, era senza credito e il wireless della redazione era troppo lontano. Per un attimo le balenò l’idea di tornare in ufficio, ma poi riflettendo tirò nuovamente un lungo respiro e si disse ad alta voce, col tono di chi impartisce una lezione: “Ho finito la mia giornata di lavoro, sto tornando a casa, non c’è niente di così urgente che debba farmi cambiare programma!”

VI CONSIGLIAMO


LA COLLINA DEI GIRASOLI



Autore: Lorena Marcelli
Formato: Epub, Kindle
  • Editore: Edizioni Esordienti E-book (12 settembre 2015)
  • Lunghezza stampa: 154
  • Costo ebook € 4,99
Acquistabile sul sito dell'Editore, su Amazon e su tutti gli store online
SINOSSI

Topazio, Perla, Giada e Ambra sono quattro sorelle, figlie di un orafo famoso, ma l’unica cosa che le accomuna davvero è di avere il nome di una pietra preziosa, perché sono molto diverse tra loro, e non si sopportano a vicenda; il padre muore prematuramente in un incidente e la madre, Luisa, una donna immorale e superficiale, è incapace di dare loro l’affetto di cui hanno bisogno. Le due sorelle maggiori diventano delle donne insicure, sentimentalmente fragili e insoddisfatte, mentre Giada e, in particolare, Ambra, più sensibili, conosceranno l’affetto materno della zia Elia, che vive in campagna e che accoglierà soprattutto Ambra ogni estate. In questo contesto sano e affettuoso la ragazza ritrova se stessa, decide cosa voler fare e conoscerà anche l’amore della sua vita. Un romanzo delicato e profondo, sulle relazioni famigliari e sui sentimenti, sullo sfondo della campagna abruzzese.

Dal sito dell'editore www.edizioniesordienti.com 

INCIPIT

Appena superò la curva, si trovò davanti al paesaggio che, in tutti quegli anni, non era riuscita a dimenticare. Aveva deciso di tornare nella sua terra d’estate, in giugno. Voleva rivedere i magnifici colori dei girasoli, del grano, dei papaveri proprio in quel periodo dell’anno, quando la collina era nel pieno del suo fulgore. Scalò le marce e avanzò lentamente, cercando di ricordare dove fosse quella piccola rientranza, adatta per parcheggiare. La trovò senza fatica, come se, negli anni, non avesse mai smesso di percorrere quelle strette e polverose strade di campagna che, da piccola, avrebbe ritrovato anche a occhi chiusi, seguendo il frinire delle cicale e il profumo delle ciliegie. Era a casa, nella sua terra, nel posto in cui il suo cuore aveva sempre trovato rifugio, pace. Finalmente.




Rallentò, portando il motore al minimo, prima di fermarsi sul ciglio della strada sterrata. Spense il motore e aprì il finestrino dell’auto, che aveva preso a noleggio a Roma, appena scesa dall’aereo. Il sole era alto nel cielo e il frinire delle cicale era incessante, assordante quasi. Tutto intorno l’aria era immobile, in attesa. Sembrava che la campagna la stesse aspettando e che si fosse messa il vestito buono, quello dei giorni di festa, che sua nonna le faceva indossare solo di domenica, per andare in chiesa. Tutto era come allora, o quasi. Tese la mano sottile e pallida verso la capiente borsa da viaggio e tirò fuori la reflex, poi aprì lo sportello dell’auto. Il calore era quasi insopportabile; erano anni che non sentiva quel sole sulla pelle e le piaceva riscoprire sensazioni sopite, accantonate in un angolo della memoria, ma mai dimenticate. Mentre cercava la prospettiva migliore per scattare le foto che voleva pubblicare sulla sua pagina personale, si soffermò a guardare il paesaggio nella sua completezza e fu assalita da un’emozione fortissima. Ebbe un capogiro e lasciò la reflex sul tettuccio dell’auto. Sentiva il profumo del grano maturo, dei girasoli, alti più di lei, dei papaveri, della terra umida, irrigata durante le ore notturne dai contadini che non smettevano mai di lavorare, nemmeno nel giorno in cui Dio stesso si riposò. Si allontanò dall’auto e raggiunse il campo di grano che, di lì a poco, sarebbe stato mietuto, lasciando il posto a distese dorate. I papaveri erano nel pieno della fioritura e oscillavano delicatamente, ballando sotto la spinta della leggera brezza pomeridiana. Ne toccò uno, accarezzando lievemente e pensando ai giorni in cui, con Fabio, il suo amico del cuore, si rotolava in quei campi. Voleva raccogliere tantissimi fiori e farne un mazzo enorme. Voleva prendere il papavero più grande e togliere tutti i petali macchiandosi le dita, proprio come quando era bambina. Avrebbe strappato gli stami neri e sarebbe rimasta solo con il grosso pistillo, a forma di stella; si sarebbe di nuovo fatta i timbri sulle mani, sulla fronte. Si sarebbe riempita di timbri.

Si fermò in mezzo al campo e si guardò intorno con molta calma. Si sentiva bene come non le capitava da tempo, ormai. Ai suoi piedi sentì un rumore, poi un fruscio veloce. Una grossa lucertola si allontanò, facendola sobbalzare per lo spavento. Rivide se stessa a dieci anni e come allora ripercorse la strada sterrata. Le scarpe si riempirono di polvere in un attimo. La polvere s’insinuò tra le dita dei piedi e lei sorrise, pensando che anche un tempo i suoi piedi erano costantemente impolverati. Con il mazzo di papaveri fra le braccia s’inerpicò lungo la stradina, continuando a camminare lentamente, lasciando che il sole le inondasse il viso e che i profumi della campagna le riempissero il naso, mentre gli occhi chiari si abituavano a quella luce, quasi accecante.

Aveva recuperato la reflex e ogni tanto si fermava e scattava una foto. Sapeva che le immagini digitali non avrebbero mai potuto eguagliare le immagini impresse nella sua mente, nel suo cuore. Oltre i rumori della natura, nessun altro si udiva nell’aria. I girasoli si muovevano lentamente, spinti da una leggera brezza, appena percettibile. Da quelle parti ci si andava solo se si dovevano svolgere lavori nei campi. Nessuno sarebbe andato lì per caso. Bisognava conoscere la strada e prima di arrivare c’erano tante deviazioni da fare. Era impossibile non perdersi, se non ci si era mai stati prima, in compagnia di qualcuno della zona. Poco dopo, con il cuore che le batteva furioso nel petto, raggiunse la casa. Per lei quella sarebbe stata sempre la sua casa, anche se ora era un rudere. Se la guardava, tenendosi sul lato in cui si era fermata, le appariva ancora perfetta: solo un po’ annerita dall’umidità e dal disuso. Una volta in quel luogo c’era vita, c’era allegria, c’era amore. C’erano i suoi nonni e c’era sua zia, la zitella che tutti chiamavano “la matta”solo perché aveva rifiutato di sposare un ricco uomo della zona: vedovo e brutto come la paura.

“Mi sposerò solo per amore” affermava con convinzione, ma l’appellativo che le avevano affibbiato in paese aveva distrutto i suoi sogni. Nessun giovanotto del luogo si era più avvicinato a lei e “la matta”aveva riversato tutto il suo amore sulla nipote più piccola. Mai più nessuno l’aveva amata come Elia. Dopo tanti anni ne sentiva ancora la mancanza e, ogni volta che pensava a lei, come in quel momento, i suoi occhi si riempivano di lacrime che sapevano di ricordi, di un dolore che non era mai passato e che, forse, non sarebbe mai passato sul serio.

La casa era invasa dai rovi e dalle sterpaglie. Una lunga crepa la percorreva sui lati rimasti ancora in piedi. Chissà per quanto ancora! Il tetto era in parte crollato e i piccioni svolazzavano fra i buchi che riusciva a intravedere dal punto in cui si era fermata per osservare ciò che ne rimaneva. La sua finestra c’era ancora. S’intravedeva sotto i rami della bougainvillea diventata enorme. Il recinto di legno, che una volta delimitava il cortile, era ormai ridotto a un ammasso di legno fradicio e le assi penzolavano precariamente, sfiorando il terreno invaso dalle erbacce. Una volta quel recinto era colorato e in ordine. Ogni anno era sistemato, sverniciato e dipinto di nuovo; il nonno le faceva scegliere sempre il colore che preferiva e passavano intere giornate a lavorare. Lei ciarliera e lui silenzioso, con il sigaro perennemente spento fra le labbra. La rimproverava perché s’imbrattava sempre con i pennelli, e, alla fine della giornata, la nonna la immergeva in una tinozza d’acqua calda e la lavava per bene, fino a quando la pelle non diventava rossa e lucida.

La vecchia e imponente quercia era sempre lì, custode della casa, custode di tanti segreti passati, ora custode del nulla, del vuoto, del silenzio. Sotto quella quercia, nascosta dall’enorme tronco, aveva baciato il figlio del calzolaio, aveva litigato con lui, aveva strappato le lettere d’amore che le scriveva. Non ricordava nemmeno il nome del ragazzo, ma lo scappellotto che le aveva dato il nonno le bruciava ancora in testa. Si sedette ai piedi dell’albero e lasciò che lo sguardo si allungasse oltre la collina, dietro la casa. Con le mani accarezzò la ruvida corteccia e raccolse un pugno di terra. Odorava la sua terra. Odorava di ricordi e di dolore, odorava di sudore. Faceva parte della sua vita. Era l’odore della sua vita. Il vigneto brillava al sole come uno smeraldo. Gli acini erano piccoli, acerbi, ma presto sarebbero diventati grandi, succosi, pronti da raccogliere. Quel vigneto era la sua passione, in autunno. Dalla finestra della sua camera passava ore a fotografare, a disegnare, a dipingere i meravigliosi colori che la natura regalava ai tralci, alle foglie, ai grappoli d’uva. Ora aveva un colore uniforme, reso più chiaro solo dai chicchi appena accennati. Più giù, in fondo alla collina, c’era il frutteto. Ciliegi, meli, limoni, fichi… il suo giardino segreto. Chissà se c’era ancora? Il suo capanno, le sue ortensie, le sue rose. La voglia di sapere e di rivedere il suo giardino la fece alzare di scatto. Imboccò l’antico viottolo e iniziò a correre, presa dalla smania di ritrovarsi in quei luoghi…

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