Racconti brevi


QUELLA SERA A CENA






Ti ricordi? Era il quattro aprile. Quel giorno il cielo era carico di nubi, carico di pioggia, di noia, di umidità. Ogni sera, verso l’imbrunire, ti vedevo passare davanti alle vetrine del mio locale. Rallentavi il passo, giravi la testa verso le luci e ti soffermavi a leggere le locandine che provvedevo a sostituire ogni giorno. Lo facevo sempre. Volevo guardarti, mentre, assorta, leggevi con attenzione. Qualche volta sorridevi, altre scuotevi la testa, sconcertata, poi andavi via. Non eri mai entrata. Fino a quel giorno. La pioggia improvvisa fu provvidenziale. Un proverbio dice che se piove il quattro aprile poi pioverà per quaranta giorni. Ho sperato, dal momento stesso in cui hai aperto la porta del mio rifugio, che ogni giorno, nel preciso istante in cui ti saresti fermata davanti alla vetrina, un acquazzone ti bagnasse all’improvviso, costringendoti a varcare quella porta alla ricerca di un posto caldo ed accogliente.
Quel giorno accadde.
“Perché questo locale si chiama Book- tic ?” chiedesti, scrollandoti di dosso la pioggia e guardandoti intorno incuriosita. Il tuo sguardo si fermò sulla gigantografia delle mie montagne.
“La chiamano il gigante che dorme” ti dissi, seguendo la direzione dei tuoi occhi.
Sorridesti. “Non hai risposto alla mia domanda”.
“E’ semplice. Mio nonno ha novanta anni ed è convinto che mia madre compri i suoi vestiti nelle book-tic. Quale nome migliore per la mia libreria? “
Ridesti, allegra, contagiosa. “Bello questo posto, non sembra nemmeno una libreria.”
“Non lo è. E’ un luogo dove la gente può passare un’ora o una giornata leggendo, ascoltando musica, parlando con altra gente o rimanendo in silenzio ad ascoltare gli altri. Perché non eri mai entrata?”
“Mi vergognavo.” Eri stata sincera, adorabile. Tornasti a guardare le mie montagne.
“Conosci la mia terra?” Ti chiesi.
Tu scuotesti la testa “No. Mi dispiace”
“Conosci la cucina abruzzese?”
“Nemmeno”
“Verresti a cena da me sabato sera? Ho invitato alcuni amici per Pasqua e mi farebbe piacere se tu venissi. Potresti assaggiare i miei piatti migliori.” Ti proposi.
Annuisti, sorridendo di nuovo. “Volentieri”
Ero felice.  Cucinai per due giorni di seguito. Concordai il menu con la mia amica Maria, esperta in specialità abruzzesi.
“Puoi iniziare con un antipasto di mazzarelle alla teramana. Se non te la ricordi ti detto la ricetta .” Mi disse al telefono.
Presi carta e penna e iniziai a scrivere gli ingredienti: coratella d'agnellomaggioranasaleaglio, cipollaprezzemoloquindici foglie di lattugapepevino bianco seccoacetoacquaolio extravergine d'oliva. Maria mi disse: “Lava le budelline, tagliale; effettua l'ultima sciacquatura in acqua e aceto. Devi tagliare la coratella in listelli di un dito di lunghezza e spessore, sala e poni su una foglia di lattuga   qualche pezzo di coratella e le verdure fresche preparate a parte. Lega nella sua lunghezza la coratella e di seguito le altre; cuoci con l'olio e quando cominciano a rosolare aggiungi mezzo bicchiere di vino bianco secco e acqua; ripeti una seconda volta fino a cottura. Fai cuocere per due ore e servi il tutto caldo.” Avevo già l’acquolina in bocca, ma Maria continuò, imperterrita: “Puoi fare il timballo e l’agnello cacio e uova. Ti regalo le mie ricette personali, così farai bella figura sicuramente. Ah! , non dimenticare il nostro classico,   gli spaghetti alla chitarra. Mettiti comodo e scrivi come fare le scrippelle: amalgama le uova e la farina, diluisci con un bicchier d'acqua per ogni uovo; ungi la padella con olio e lasciala scolare un po’; versa con un mestolo l'impasto e cuocile a fuoco basso, una per volta. Prepara le polpettine e falle piccolissime, poi disponi le scrippelle nella teglia; forma uno strato col sugo, uno con i funghi, uno con le scamorze tagliate a dadini, uno con i pezzetti di uovo sodo e copri con una spruzzata di formaggio a volontà ; spennella con un composto di uovo sbattuto, formaggio, sale e latte; continua la serie degli strati, sino a esaurimento degli ingredienti, lasciando da parte due scrippelle; ripiega i lembi debordanti dalla teglia e copri il pasticcio con le due scrippelle rimaste e fiocchetti di burro; metti al forno caldo a calore moderato e cuoci per circa novanta  minuti.
Ora passiamo all’agnello.Taglialo a piccoli pezzi, mettilo in una padella abbastanza alta con l’olio, un po’ di cipolla, il sale e due spicchi di aglio. Fai cuocere per trenta minuti girando di tanto in tanto. A cottura ultimata aggiungi un po’ di vino e fallo evaporare. Sbatti le uova, il sale, il parmigiano e il succo di  limone. Unisci le uova alla carne cotta e un po’ di acqua calda, se dovesse risultare troppo asciutta. Cuoci qualche istante l’uovo e servi il piatto ben caldo. Ora gli spaghetti: sbollenta i pomodori, pelali e tritali.Fai un trito fine con la cipolla, l'aglio, il prezzemolo, il sedano e la carota.Taglia la carne a cubetti piccoli. Fai rosolare nell'olio finché non è ben dorata, poi unisci mezzo bicchiere di vino e lascialo evaporare quasi completamente. Rimuovi la carne dal tegame e riservala. Nell'intingolo rimasto fai appassire il trito di verdure assieme al peperoncino.       
Quando è rosolato, aggiungi il manzo col sughetto che avrà depositato e i pomodori. Fai insaporire per bene e poi bagna con l'altro mezzo bicchiere di vino. Dopo che è evaporato copri con acqua, sala e fai stufare a fuoco dolce aggiungendo l'acqua necessaria. Ci vorrà almeno un'ora e mezza, ma il vero tempo di cottura lo darà la consistenza della carne che a fine cottura deve risultare morbida. Mezz’ora prima di spegnere il fuoco, aggiungi i piselli. Scola gli spaghetti, condiscili con il sugo e cospargili di pecorino abruzzese grattugiato.”
Mentre lei dettava io già ti vedevo far onore alla mia cucina, alle mie specialità, ai sapori della mia terra. Maria mi diede l’ultimo consiglio.
“Per gli spaghetti, però, non dimenticare la cosa più importante. Devi farli usando il carrature. Se non lo hai te lo porto io, ma poi me lo devi rendere. Non se ne trovano più in giro.”
Le dissi che non lo avevo e lei me lo prestò. Impastai uova e farina ; feci scrippelle e spaghetti alla chitarra che anche mia nonna avrebbe apprezzato, usando  una farina di grano duro macinata a pietra costata un botto e uova freschissime, comprate al mercato alle cinque del mattino.
Comprai la carne, la migliore carne magra della città e preparai polpettine minuscole, dal sapore deciso e perfetto; feci cuocere il più sublime sugo di carne del mondo e profusi tutta la mia maestria di chef nell’agnello. Tutto era perfetto e la casa invasa da mille profumi.
I miei ospiti erano arrivati in perfetto orario, affamati come lupi. Si aggiravano per la cucina annusando l’aria come cani da tartufo.  Mancavi solo tu.
Ti avevo riservato il posto d’onore. Non vedevo l’ora di sentire il campanello che annunciava il tuo arrivo. Poco dopo accadde. Entrasti in casa e annusasti in giro; sembravi davvero interessata. Speravo che tu fossi affamata.
Salutasti tutti e ti sedesti, compita, al tuo posto.
Ero davvero felice. Non speravo più di vederti.
Ti elencai, felice ed orgoglioso, i piatti che avevo preparato per te.
Mi guardasti sorridendo, ma scuotesti la testa: “ Non avresti un’insalatina semplice semplice? L’altro giorno mi sono dimenticata di dirti che sono vegetariana.”
Ti guardai sorridendo, ma scossi la testa: “Che stronza !” Ti risposi quella sera, a cena.

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