Window - Racconto breve di Lorena Marcelli

WINDOW- RACCONTO BREVE 

Quel mobiletto bianco, in stile veneziano, riccamente decorato con fiori e frutti  poco credibili, le provocava un fastidio quasi fisico, che la faceva star male ogni volta che lo guardava. Il tavolinetto o comodino – ancora non riusciva a capire quale fosse il  suo ruolo – stonava con il resto dell’arredamento della stanza, provocando una nota stridula capace di risaltare su tutte le altre, nonostante lei si sforzasse di non guardarlo spesso. Non si amalgamava proprio con il resto dei mobili che, seppur messi insieme senza un filo logico, formavano un’accozzaglia armonica e ricca di storia. La sua storia.
Tutti i mobili ammassati in quella stanza  erano la sommatoria della sua vita. Ognuno di loro le ricordava ogni  singolo giorno ed era in grado di riportare, in superficie,  ricordi che la facevano sorridere o piangere, così come quelli che riuscivano ancora a farla arrabbiare, nonostante il tempo passato. Quell’ inutile mobiletto  senza storia era l’ultimo arrivato. Non lo aveva pensato, scelto, voluto. Era  proprio come quegli ospiti indesiderati che, tuttavia, a causa del sacro dovere dell’educazione, devi sopportare pazientemente, in attesa che se ne vadano, lasciandoti finalmente in pace dopo giorni di finti sorrisi che tirano le labbra.
Sua nuora era scesa,  qualche giorno prima - non ricordava  quando - ed era entrata in cucina attraverso la portafinestra che dava sul cortile. Lei l’aveva guardata sorpresa e ansiosa mentre  si  immobilizzava, senza dire una parola. Il suo sguardo vigile e glaciale si era fermato a lungo sull’unico angolo della stanza che, fino a qualche giorno prima, era  libero.  Aveva capito benissimo da dove proveniva l’intruso. Tutto quello che stonava, in quella stanza, poteva essere stato scelto da una sola persona. La stessa che, dalla morte di suo marito, aveva preso il sopravvento su di lei, cercando, in tutti i modi, di plasmarla secondo i suoi discutibili gusti.
Non le piacevano i decalcabili sulla parete, l’orrendo quadro con i fiori stilizzati che faceva brutta  mostra di sé vicino alla finestra , il porta corrispondenza in stile moresco appoggiato sull’antica madia per il pane. Aveva guardato quel mobiletto con disprezzo e anche con una strana espressione comica. "E questo cos’è?” aveva chiesto, sapendo già che la risposta sarebbe stata una bugia.
“Gliel’ ho detto io di comprarlo. Non ti piace?”
Lei aveva fatto cenno di no, lo aveva scostato dalla posizione in cui lo avevano  sistemato e si era seduta vicino al calorifero. “ In questa stanza ci sono troppi mobili”, aveva sentenziato.

“La gente dovrebbe chiedertelo se li vuoi, certi regali”, pensò, scostando una pesantissima sedia di legno impagliata a mano e allontanandola dal tavolo in stile  fratino.
Una volta quel tavolo era lungo quasi tre metri e lei riusciva a sistemarci dodici sedie come quella in cui, ora, era seduta. Poi tutto era cambiato. La casa era stata divisa a metà e anche il tavolo aveva avuto lo stesso trattamento. Ora non raggiungeva nemmeno il metro e mezzo.
Però la cucina era diventata più grande e comoda. Ora  si poteva muovere liberamente, senza sbattere continuamente contro gli spigoli. Quella era la sua patria, il suo regno, la sua salvezza. Passava lì la maggior parte del  tempo, mentre tagliava, affettava, sbollentava.
Lei , la sua stanza e il sottofondo del volume del televisore, sintonizzato sui programmi di lotto o superenalotto. Aveva sempre a portata di mano un quadernetto dove trascriveva i numeri e le ruote che il mago Jordan  regalava tutti i giorni, in attesa di poter, un giorno, fare il colpo della sua vita. Il quadernetto, però, lo teneva ben nascosto, dietro  le scatole di biscotti e di fette biscottate, nell’anta più alta della credenza. C’erano le macine, i galletti, i digestive, i pavesini, i biscotti del forno vicino casa... le fette biscottate al miele, quelle integrali, o ai quattro cereali. Nella sua dispensa non mancava nulla.
Era il suo orgoglio. La dottoressa le aveva  imposto un regime dietetico da seguire, ma che male poteva fare se ogni tanto, almeno una volta a settimana friggeva un po’ di pesce e due patatine? Posizionò meglio la sedia, ponendola in modo da poter avere la finestra proprio di fronte e si apprestò a pulire i merluzzetti che suo figlio le aveva lasciato nel lavello. Alla fine l’aveva avuta vinta lei e aveva convinto suo marito, che ora non c’era più, a  comprarlo in acciaio inox , a due pozzetti. Si puliva benissimo. Bastava un panno bagnato con l’aceto e tutti i cattivi odori andavano via.  Due pozzetti e un piano di appoggio. Però non aveva potuto scegliere uno scolapiatti lungo tanto quanto il lavello. No. Quello no, perché c’era la caldaia che dava fastidio e suo marito non aveva voluto farla spostare. Da quando aveva visto che sua nuora aveva ricoperto la sua, di caldaia, di calamite, ne aveva fatto acquistare decine, di tutte le fogge e di tutti i colori, da sua sorella, quella che, da un po’, era l’arredatrice della sua casa.
La finestra si affacciava sulla strada più trafficata del quartiere. Era una fortuna abitare a piano terra. Davvero una fortuna. Quella finestra era  il suo sguardo verso l’esterno. La sua mole non le permetteva di uscire a fare due passi ogni mattina, proprio come facevano le sue vicine di casa. Le vedeva passare e ripassare ogni giorno, con passo svelto e cadenzato. Chiacchieravano allegramente e animatamente, come se non si vedessero da molto tempo. D’estate, poi, cambiavano orario e passavano lì davanti di sera, quando faceva finalmente buio e il sole smetteva di tormentare la terra con i suoi raggi infuocati e impietosi. Le guardava attraverso le imposte accostate, dimenticando, però, di spegnere la luce alle sue spalle, senza rendersi conto che lì, sulla strada,fra le ombre della sera, riflettute dalla luce dei lampioni, c’era anche la sua, che si amplificava a terra e che induceva le persone del quartiere a ridere di lei e della sua mania di spiare tutti attraverso quella finestra silenziosa , con le imposte sempre accostate e con la luce accesa alle sue spalle.


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