Due chiacchiere con Roberta Andres, autrice di "Flora la pazza" Amarganta edizioni


Roberta Andres, scrittrice pescarese, ha pubblicato da qualche giorno il suo ultimo romanzo "Flora la pazza", edito da Amarganta. 
 
Oggi abbiamo chiacchierato un po' con lei e le abbiamo chiesto di aprire il suo cuore e di spiegarci cosa la spinge a scrivere. Complici il caldo, e un pomeriggio in spiaggia, siamo riuscite a farla parlare di sé senza interromperla mai. Vi va di scoprire cosa ci ha raccontato?
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Nei miei corsi di scrittura parlo sempre del perché si scrive e ho l’abitudine di mostrare un elenco pubblicato da Nathalie Goldberd nel suo “Scrivere zen”, compilato da suoi allievi nei corsi di scrittura, dove si spazia da motivazioni utopistiche (“Perché voglio diventare miliardario”) ad altre esistenziali (“Per far passare il tempo, anche se sarebbe passato comunque”), fino a lanciarsi in motivazioni un po’ più sincere (“Perché sono nevrotico”, “Per piacere alla donne”).
Mi chiedo perché scrivo quasi ogni giorno, a volte nei momenti negativi in cui medito sul fatto che avrei potuto impiegare il tempo in attività più remunerative, come ad esempio fare le torte (cosa che mi riesce piuttosto bene!) o utile, come fare volontariato. Me lo chiedo quando la notte mi sveglio arrovellandomi sull’esito di una scena o il gesto di un personaggio, quando cerco di far quadrare il cerchio della storia, quando la sera potrei guardare la Tv con mia figlia o andare a dormire più presto ed essere più riposata la mattina dopo e invece mi siedo al PC e faccio le ore piccole.
Me lo chiedo anche, con gioia, quando viene pubblicato un mio romanzo, quando qualche lettore mi dice cosa lo ha emozionato della storia, quando ripenso che questo era il mio sogno da quando ero bambina e a quanto pare sono riuscita a realizzarlo (indipendentemente poi dal numero di copie vendute).
Lo so, perché scrivo: perché non riesco a fare altrimenti! Perché ognuno ha la sua forma privilegiata di espressione e questa è la mia da quando avevo pochissimi anni. Ultima figlia dopo molti anni dai primi due, quando ho compiuto quattro anni ho  voluto per regalo il sillabario e un po’ di tempo di mia madre affinché mi insegnasse a leggere e scrivere. Poche settimane dopo leggevo e scrivevo speditamente e finalmente mi sentivo alla pari, almeno in questo, con quei due modelli di maturità, indipendenza e libertà quali mi apparivano i miei fratelli. Da allora la pratica della lettura e della scrittura è stata quello che mi ha riempito grandissima parte delle giornate:  quando primogenito e secondogenita uscivano con gli amici, o andavano a scuola, o a qualche gita, io piena di frustrazione restavo a casa con mia madre e mi rifugiavo nei libri. Dopo un po’, anche nei quaderni. La situazione si è estremizzata quando ho perso mio padre e la lettura è diventata un mondo in cui fuggire, isolarmi, dimenticare il dolore e la mancanza. Da lì, il passo verso la scrittura è stato brevissimo.
Insomma, la scrittura come resilienza. Come fonte di equilibrio, modo per viaggiare con la mente. Passione, vizio, ed anche (devo ammetterlo!) modo per eccellere, farmi notare dagli insegnanti, stupire.
Poi è arrivata l’età adulta, quella che in parte ti distrae da qualsiasi tua passione, ti toglie il tempo da dedicare, le energie per migliorare. Figli, lavoro, problemi pratici. Questo si è tradotto in una serie infinita di foglietti sparsi che riempivano le mie borse, i cassetti, il retro dei frontespizi dei libri. Primaria fonte di distrazione durante collegi docenti, riempitivo di attese dal pediatra mentre le altre mamme chiacchieravano di pappe e vaccinazioni, quaderni tirati fuori dalla borsa sulle panchine dei parchi giochi con l’inevitabile conseguenza di sentirmi etichettata come “quella che se la tira”. O, in pratica, una specie di disadattata. Una che spesso non è qui ed ora ma altrove. Chissà dove e chissà in quale epoca storica.
Quando la mia seconda figlia era piccola, la addormentavo verso le ventidue, crollando anch’io, ma avevo   la sveglia che suonava alle ventitre per cominciare a scrivere e tirare fino a mezzanotte, l’una. Coraggio, serietà? No, semplicemente istinto di sopravvivenza di chi è consapevole che se non riesce a ritagliarsi almeno quell’ora di passione e di vita secondo il proprio naturale modo di esprimere, prima o poi uscirà fuori di testa.
Eppure, ci sono stati dei momenti in cui non ho scritto. Sono stati quelli di alcuni grandissimi dolori che mi hanno sopraffatto, zittito, annichilito. Dolori che sono stati superati, metabolizzati, soltanto quando poi ho ricominciato, con fatica, due frasi alla volta, come uno che ha un incidente e deve fare riabilitazione. Scrivendo e cancellando, scrivendo e piangendo, scrivendo e nascondendo per non rileggere.
Fino ad imparare a far fluire la vena anche nel dolore, anzi, utilizzandola per lavarlo via, per cacciarlo fuori da sé, metterlo in controluce, guardarlo e trovarlo persino bello, perché condiviso.
Detto questo, non vorrei che da quanto ho raccontato, la scrittura  apparisse per me soltanto legata al dolore, alla sofferenza, alla perdita. Ad un certo punto della mia vita, infatti e per fortuna, essa è diventata un’esperienza professionale gratificante e si è legata alla condivisione di quel che avevo imparato sulla mia pelle e attraverso lo studio, con persone che ho incontrato sulla mia strada di insegnante. L’esperienza universitaria ha sancito una contiguità che percepivo strettissima, quella tra terapia psicologica e scrittura, quella tra archetipi e favole, storie, personaggi del mondo letterario;  questo lo avverto fortemente anche nell’insegnamento in corsi di scrittura creativa e autobiografica. L’incontro e lo scambio con persone che sentono la scrittura in modo simile a come la sento e la vivo io è un arricchimento incalcolabile, un rispecchiamento di emozioni, momenti, una crescita che è mia, prima che loro. Ed ecco che la scrittura è gioia, amore, vita. Qualcosa di luminoso che accompagna il mio cammino e quello di chi fa la mia stessa strada. Fonte di amicizie bellissime, intense, sempre vive. Di risate, divertimento, ironia, gioco.
Si può vivere senza giocare, senza amare, senza ridere? No, sarebbe una vita talmente triste! E si può vivere esenti dal dolore, dal pianto, dalla mancanza? Neanche, purtroppo, sono inevitabili!
In entrambi i casi, nella mia vita la scrittura c’è. Non pretendo di consigliarla ad altri, ognuno ha il suo modo di esprimersi, la sua strada privilegiata, ma questa è la mia e non posso lasciarla, pena il tradimento al quello che di me è più vero, più costante, più essenziale parte delle mie fibre.


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