LE RECENSIONI DI LORENA



Collana: You feel
Mood : Emozionante
Editore: Rizzoli 
Costo ebook € 2,99 


Sinossi

La vita trova sempre una strada
Sara e Andrea hanno tutto quello che desiderano dalla vita, tranne un figlio: sposati da cinque anni, i loro tentativi di diventare genitori sono sempre falliti. Sara va in crisi, teme di perdere il marito, e inizia a sospettare. Trova in casa la pubblicità di un agriturismo, “La casa nel blu”, e ha la conferma dei suoi dubbi: Andrea ha scelto un posto romantico adatto a coppie innamorate per trascorrere un week end con un’amante. Accecata dalla rabbia, Sara arriva a prendere la dolorosa decisione di lasciarlo. E in un momento di vulnerabilità cede alla corte di Giacomo De Paolis, l’affascinante notaio con cui Sara ha rapporti professionali, e che le fa da tempo una corte appassionata. Così all’improvviso tutto viene messo in discussione e rischia di esplodere, come la vita che inizia a crescere dentro di lei. Ma talvolta il dolore di uno comporta la felicità di qualcun altro, e magicamente il destino sistema tutti i pezzi del mosaico…


Questo è il secondo romanzo di Elisabetta Motta che leggo, all’interno della collana You feel – Rizzoli. Più che romanzo è un racconto lungo e credo che non sarebbe stato sbagliato approfondire qualche passaggio, soprattutto nella parte finale della narrazione. Tuttavia questo è l’unico appunto che mi sento di fare. Avevo deciso di leggerlo perché  della stessa autrice avevo acquistato “Incontro veneziano”, che  mi era piaciuto molto, ma anche perché la copertina mi aveva attirata tantissimo. Leggendo, poi, la storia, ho potuto constatare che mai copertina fu più adeguata di questa.
Il racconto si snoda intorno alla figura di Sara, una designer di interni. Sara è sposata con Andrea, un chirurgo, che la ama moltissimo, nonostante le sue paure e le sue incertezze, che derivano dall’impossibilità di avere un figlio, dopo tre anni di tentativi. Sara pensa che Andrea la tradisca per questo motivo e la sua paura le fa compiere atti che avranno conseguenze importanti…ma di questo non parlerò, per non rovinarvi il gusto di leggere la bella storia che ha uno sviluppo davvero diverso da quello che avevo immaginato leggendo le prime righe.
Sullo sfondo della narrazione c’è la meravigliosa campagna toscana e una casa : “la casa nel blu”, immersa in un campo di lavanda. Sara non ha mai visto nulla di simile e, nella casetta di legno, dove lei e Andrea passeranno qualche giorno, ritroverà l’amore e la passione di un tempo; lo stesso amore e la stessa passione che pensava di aver perso irrimediabilmente. La lettura impegna per poche ore e lo fa in maniera gradevole, riuscendo anche, a far riflettere sui complicati rapporti di coppia. Perché Sara e Andrea possono essere ognuno di noi e, come qualsiasi altro essere umano, possono compiere errori.
Andrea è l’uomo che tutte noi vorrebbero avere accanto: un uomo completo e capace di “guardare oltre”, capace, soprattutto, di ridare energia a un rapporto che sembra destinato verso un triste epilogo.  Un uomo vero.

Elisabetta Motta è nata a Catanzaro, ma vive a Roma. Subito dopo la laurea in Lingue e letterature straniere ha lavorato come traduttrice letteraria e successivamente ha iniziato a scrivere e pubblicare racconti per le principali riviste femminili. Da diversi anni traduce romanzi rosa. Sposata, ha due figli e ama viaggiare. Sono proprio i luoghi che visita e le persone che incontra a ispirare le storie che scrive. Nella collana Youfeel ha pubblicato anche Mora selvatica e Incontro veneziano.






Rizzoli - YouFeel (Mood Emozionante)
Romance- eBook
105 pagine - € 2,99
SINOSSI

Il mare separa, ma a volte può unire per sempre. Lilia è una giovane giornalista milanese che ha trent’anni, mille manie e paure, una famiglia freddina e un fidanzato noioso, abituato a considerarla parte dell’arredamento. Per rivitalizzare la storia d’amore con Guido, Lilia organizza una vacanza sulle coste dell’Istria, ma non appena arrivano nella bellissima Rovigno le cose si complicano e i destini della coppia si dividono. E Lilia viene sedotta e rapita dallo sguardo magnetico di Danijel. Bello, passionale e misterioso, ma chi è davvero quell’uomo, e soprattutto chi sono i demoni che lo tormentano? Lilia riparte per Milano senza risposte, convinta di aver perso la sua occasione per essere finalmente felice. Ma c’è qualcosa che la chiama, che vuole che torni davanti a quel mare…
Tra i colori di una terra incantevole, martoriata da un passato tragico e non ancora dimenticato, Emily Pigozzi ci regala la storia struggente di due anime che si riconoscono e si comprendono, al di là di ogni ostacolo.
                                                    

Emily Pigozzi si conferma maestra della scrittura. I presupposti c’erano tutti, come già sottolineato nelle precedenti recensioni pubblicate sul blog ilgiardinodeigirasoli.
“Aspettami davanti al mare” , il suo primo titolo pubblicato per la collana Youfeel di Rizzoli, mood emozionante, è la prova che, se un’autrice è brava, ma brava davvero, riesce a trovare la strada per raggiungere il successo. L’importante è saper scrivere storie che fanno emozionare e che non siano le “solite” storie d’amore.
Emily usa la penna come un chirurgo usa il bisturi. A volte tagliente; a tratti precisa e puntigliosa ma, al tempo stesso, delicata e attenta come poche altre scrittrici. Seppur breve, la storia è completa, impeccabile. Strutturata in maniera eccellente e diretta da una “penna” che sa perfettamente cosa dire e quando dirlo.
Il suo stile è pulito, lineare, gradevole dall’inizio alla fine e mai eccessivo. Emily è in grado di entrare dentro i sentimenti con la delicatezza di una farfalla, e di colorare i ricordi di nostalgia. Difficile, per chi ha amato, non immedesimarsi nella protagonista: Lilia, una giovane giornalista milanese che, per la prima volta, decide di lasciarsi andare e di abbandonare la rigidità morale che ha sempre contraddistinto la sua vita. Lilia ci emoziona e ci commuove fin dalle prime righe. Si mette a nudo per noi e ci fa sperare in un lieto fine. Ma, anche quello, non è scontato. Emily non separa mai troppo le sue storie dalla realtà. I suoi racconti hanno sempre uno sfondo sociale, e a volte, come in questo caso, anche una  rilevanza storica. Dolori, tragedie, guerre e difficoltà personali si mescolano abilmente e senza appesantire la struttura narrativa; anzi! La rendono attuale e credibile e inducono il lettore a riflettere sul contesto socio-politico-culturale nel quale nasce la storia d’amore di Lilia e Danijel.    
Una delle figure più belle del romanzo è Egle, la nonna di Lilia. Un personaggio minore che, tuttavia, è uno dei punti di forza del racconto; nonna magica e determinata, che spronerà Lilia affinché  impari a vivere davvero le sue emozioni. Pochi tratti abilmente dosati ed Egle è lì, viva, reale e parte attiva della storia. Senza di lei mancherebbe sicuramente quel tocco in più.
L’amore fra Lilia e Danijel sboccia a Rovigno, splendida località croata che Emily riesce a descrivere con tratti da impressionista, che ti fan venire voglia di fare le valigie e partire, per ripercorrere i passi della protagonista.  

Emily non aveva bisogno di conferme, perché la sua scrittura è “speciale” sempre e comunque. Il suo racconto non poteva non venire pubblicato nel mood “emozionante”, perché lei è in grado, con le sue parole, di emozionare chiunque. Perfino una roccia come me.

Sinossi

Questa raccolta contiene sette racconti, sette storie che narrano le forme dell’amore. L’amore di una madre e di un padre verso un figlio, ma anche quello di un figlio verso i propri genitori. L’amore visto dagli adulti e quello visto dai bambini. La musica dell’innamoramento e la magia dell’amore puro. L’amore che nutre l’anima. L’amore che riempie le pagine e riscalda il cuore.

Indice della raccolta:
- Intervista con la madre
- Intervista con il padre
- Bmw 316I
- Il compleanno di Simone
- Le ore di Martina
- L’oracolo del panzerotto
- Il gioco degli scacchi 
Ho conosciuto Simona Colaiuda qualche anno fa, quando lei partecipò e vinse un concorso letterario bandito da una prestigiosa rivista letteraria. Oggi ritrovo, come racconto di apertura della raccolta "I volti dell'amore", la storia che mi permise di conoscere la brava e delicata autrice. Simona, come già scritto in una recensione ad un'altra raccolta di suoi racconti d'amore, ha la capacità di narrare le storie usando sempre le parole "giuste";  non una di più e non una di meno. I racconti che compongono la raccolta sono sette e racchiudono storie diverse l'una dall'altra; storie che, comunque, hanno un solo filo conduttore: l'amore. I racconti di Simona Colaiuda sono delicati, leggeri, a volte ironici e si leggono sempre con piacere. Lo stile delicato e profondo denota la sensibilità dell'autrice e la sua capacità di  guardare in fondo all'anima dei suoi personaggi. Una raccolta che si legge in poche ore, capace di allietare anche una giornata "buia". 
Se volete saperne di più sulla brava autrice, visitate il suo sito:


www.simonacolaiuda.it




SINOSSI:
Qualcuno ha scritto: se il terrore potesse avere una voce, parlerebbe sardo. Ebbene, C’era una volta in Sardegna risuona di accenti che trasportano il lettore all’interno dell’isola, direttamente nelle atmosfere sconcertanti che il libro propone. Cosa accade a Solus? E che significato ha la lettera che viene recapitata al protagonista, costringendolo a tornare al paese natio? Ogni episodio crea quel perfetto tassello che, come un puzzle, ricompone la storia, offrendo un quadro che nessuno avrebbe potuto immaginare, se non le vittime e i carnefici. Eppure, nemmeno le vittime, o gli stessi carnefici, avrebbero potuto organizzare una tragedia di così ampia portata. Solus non è quello che sembra e i suoi abitanti nascondono segreti che sarebbe meglio non scoprire. Il vero volto dell’orrore ha spesso connotazioni familiari, fattezze che potremmo riconoscere in chiunque. I morti parlano, la loro voce risuona fra le fronde degli eucalipti, strisciando fra l’erba, oppure intorno ai megaliti di Perdas Fittas. Il destino è sempre in agguato e sceglie le proprie prede con una cura quasi maniacale. E nessuno può considerarsi veramente al sicuro. Giancarlo Ibba tratteggia la storia con quelle pennellate noir che appartengono ai veri maestri dell’horror e lo fa con una tale naturalezza da costringere il lettore a vivere la trama. Solus diventerà anche la vostra dimora… e anche voi sarete catapultati nel profondo Sulcis, arrivando a dire: “C’è qualcosa che non va, qui”.

Giancarlo Ibba scrive bene, molto bene e, anche solo per per questo motivo, il suo "Cera una volta in Sardegna" andrebbe letto. Lo stile solido e ben strutturato convince fin dalle prime battute e l'autore riesce a legare una serie di episodi diversi, facendoli diventare un vero e proprio romanzo dove l'atmosfera è carica di terrore e pathos. Lo stile è inconfondibile: diretto, cinematografico, forte e senza inutili “fronzoli”, ma al tempo stesso fluido e scorrevole come pochi altri. I personaggi sono credibili e facilmente immaginabili, tanta è la capacità dell’autore nel farceli “vedere” mentre si muovono a Solus, cittadina sarda. Anche noi, come loro, percepiamo la paura che li accompagna; riusciamo, quasi, a sentire l’odore acre del sudore improvviso, il passo pesante e il respiro spezzato. Solus ci appare come un paese maledetto, oscuro, pericoloso e mai, prima di oggi, avevo pensato che un horror di tale “forza emotiva” potesse essere ambientato in Sardegna.  Il talento di Giancarlo Ibba è indiscutibile, inattaccabile, così come lo è l’idea di unire i racconti che, come ha spiegato lo stesso autore, sono stati scritti in periodi diversi, che abbracciano un arco di tempo abbastanza lungo. L’idea narrativa ha dato vita a qualcosa di diverso dal solito: un percorso a ostacoli che non lascia mai respirare a fondo il lettore e che lo induce, invece, a inspirare sempre più di frequente, in attesa dell’epilogo finale. Personalmente amo moltissimo i racconti brevi e credo che in quelli che compongono “C’era una volta in Sardegna”, lo stile di Ibba sia esaltato al massimo, soprattutto grazie alla parsimoniosa scelta delle parole. L’horror, con Giancarla Ibba, dimostra di saper parlare italiano. Consigliatissimo.                        

Maeva, la benvenuta
Daniela Vasarri

Matilde è una donna moderna e coraggiosa, oltre che dannatamente ostinata. Non più sposata, decide di inseguire il proprio sogno di maternità, negatole nel precedente matrimonio e di affrontare da sola le fatiche e i dubbi di un’adozione. La nuova condizione è un’operazione delicata e affascinante, di certo anche coinvolgente ma spesso difficoltosa, proprio perché vissuta come unico genitore. Negli incontri dei personaggi che vivono indirettamente con lei questa esperienza, Matilde sa ben destreggiarsi perché possiede una guida interiore e un affetto giovanile ricorrente nella memoria, che le daranno la forza anche i migliorarsi. Parte quindi in direzione Thailandia e, dopo aver superato la burocrazia e la diffidenza del personale dell’orfanotrofio, incontra così Maeva, una bimba scampata miracolosamente al terribile tsunami del 2004, che diviene finalmente sua figlia adottiva. Ritornata in Svizzera, dove ha la sua residenza, Matilde sente che l’amore è entrato nuovamente nella sua vita, grazie al rapporto con la bambina, e l’amore richiama sempre altro amore. La vita della giovane donna – e anche quella della bambina – conosceranno una svolta positiva assolutamente inattesa.


Le madri sono creature meravigliose, anche quando non lo sono biologicamente. Il desiderio di maternità di Matilde nasce dal cuore, dalla sofferenza e dalla “necessità” di dare tutto l’amore possibile a un bambino che ha bisogno di una madre. Così Matilde parte, e il suo viaggio la porta in Thailandia, dove l’aspetta Maeva, una bambina strana, silenziosa,  buonissima, che accoglie la nuova mamma senza problemi. Attraverso la delicata scrittura di Daniela Vasarri, e la sua penna incredibilmente “viva”, conosciamo a fondo Matilde  e, attraverso i suoi ricordi, conosciamo  Franci, l’amico d’infanzia che lei non ha mai dimenticato e che noi impariamo ad amare, anche se lui non c'è, grazie alle parole  che Daniela Vasarri sceglie per farcelo conoscere. Quando rientra in Svizzera con la sua bambina, Matilde impara ad essere madre giorno dopo giorno, affrontando con ansia, mista a determinazione, la nuova condizione e la nuova vita, riscoprendo il profondo amore che ha ancora dentro di sé e che è disposta a dare a chi ha intorno.  La storia è veritiera, ben raccontata, delicata e piena di sentimenti e di emozioni, che ci entrano dentro lentamente, aiutandoci a comprendere lo stato d'animo di Matilde durante il percorso che compie per diventare madre. Lo stile di Daniela Vasarri è pulito, diretto e piacevole. La lettura scorre fluida e non annoia, anzi ! Maeva  ci riserve sorprese fino all'epilogo e, commuovendoci,  ci lascia con un dolce e stupito sorriso sulle labbra.



Tiffany è una bella trentenne, giornalista, che vive a Bologna. Un giorno riceve sul suo smartphone un inquietante messaggio, accompagnato da una sua foto,  che la ritrae di spalle, nuda. Si tratta di lei, senza alcun dubbio, è riconoscibile da un tatuaggio, un’iris, alla base della schiena. Ma chi le ha scattato quella  foto? Non sarà quello l’unico messaggio del genere e la ragazza, dapprima inquieta, poi sempre più curiosa di conoscere l’identità del misterioso stalker, si metterà a indagare per risalire all’autore di quelle foto che la fanno sembrare così bella, così sensuale… Inizia così il romanzo erotico scritto da Roberta Andres, scrittrice abruzzese ( abita a Pescara), che, con questo lavoro dimostra di essere un’abile narratrice e anche un’esperta tessitrice di storie che hanno il sapore di “mistero” e che poi si rivelano piene d’amore, appena accennato, ma narrato in maniera magistrale.
Il romanzo di Roberta Andres inizia in questo modo

Tiffany usciva frettolosamente dalla redazione del quotidiano in cui lavorava da quattro anni, le braccia ingombre di pacchetti e di buste di varie dimensioni, la borsa del computer a tracolla: era andata a fare shopping nella pausa pranzo, in vista del prossimo matrimonio del padre. Era il tramonto; di solito non finiva mai di lavorare così presto, ma quella sera era riuscita a chiudere gli articoli prima del solito e già pregustava una serata in solitario relax a casa coi gatti, stesa sul divano davanti alla televisione in compagnia di una pizza da asporto, una porzione di patatine fritte e una panna cotta ai frutti di bosco.
Quando il telefono vibrò nella tasca si confuse un momento rischiando di inciampare, cercò di liberare una mano dai pacchetti per prenderlo e controllare chi fosse, poi imprecò tra i denti dandosi dell’imbecille, per la sua mania di essere sempre reperibile e disponibile per tutto e tutti, che le causava attacchi d’ansia quelle rare volte che non riusciva a esserlo! Respirando profondamente decise di aspettare almeno di essere in automobile, seduta comodamente, prima di leggere il messaggio che era arrivato, anche perché sarebbe stato quasi impossibile farlo, a meno di sedersi sui gradini del palazzo e spargere la quantità di oggetti che aveva in mano per terra intorno a sé, rischiando di far inciampare i colleghi che uscivano e dando un ben strano spettacolo ai passanti!
Era tipico del carattere di Tiffany correre alla velocità del mondo che le turbinava intorno, inseguirlo senza mai riuscire a imporre un tempo suo proprio e a “staccare”, assecondando le proprie esigenze e i propri ritmi. Forse proprio per questa sua maledetta tendenza era finita a lavorare nella redazione di un quotidiano, dove i tempi di lavoro erano velocissimi, la vita privata veniva messa da tutti in secondo piano e si correva all’impazzata, inseguendo l’ultima notizia, il titolo, l’informazione necessaria a chiudere la pagina. Lei lavorava alla Cultura, dove gli eventi erano per lo più programmati e routinari, il lavoro più riflessivo di quanto non avvenisse per la Cronaca, ma comunque viveva molte ore della sua giornata, da anni, in un ambiente in cui fare le cose con calma era considerato impensabile e anche un po’ colpevole!
Rimuginando si diresse verso l’automobile parcheggiata poco lontano, sforzandosi di non accelerare i passi sul selciato; era una sfida con se stessa, una di quelle che si imponeva almeno una volta al giorno da quando aveva capito quanto questa sua caratteristica la facesse soffrire e non servisse a nulla se non a diventare succube di tanti che, incontrati lungo il cammino, ne avevano approfittato.
Dopo aver frugato nella borsa in cerca delle chiavi della macchina, per una manciata di secondi che le sembrarono lunghissimi, mentre il telefono continuava a “cinguettare” una volta al minuto, riuscì a trovare le chiavi, aprì lo sportello e piombò sul sedile, lanciando pacchi, pacchetti e buste su quello laterale. Finalmente!
Rimestò nella tasca del giaccone e tirò fuori lo smartphone che lampeggiava: messaggio, numero sconosciuto!
Una frazione di secondi per leggerne il testo: www.****.it. Niente altro, sullo schermo, che un indirizzo del web. Incuriosita cercò subito di connettersi ma, accidenti!, era senza credito e il wireless della redazione era troppo lontano. Per un attimo le balenò l’idea di tornare in ufficio, ma poi riflettendo tirò nuovamente un lungo respiro e si disse ad alta voce, col tono di chi impartisce una lezione:
“Ho finito la mia giornata di lavoro, sto tornando a casa, non c’è niente di così urgente che debba farmi cambiare programma!”

Così conosciamo Tiffany e, pagina dopo pagina ci immergiamo in una storia che sa di giallo, di suspence, di intrigo e, quasi senza accorgercene, veniamo catapultati in un’atmosfera “finemente erotica”, che non sfocia mai nel volgare o nello scontato. Tiffany ci accompagna lungo le strade di Bologna, alla ricerca della persona che le ha scattato, chissà quando, delle foto bellissime, sensuali, passionali. La sua curiosità diventa la nostra curiosità e, fino alla fine, ci chiediamo, così come fa lei, chi è stato a scattarle quelle foto e quando lo ha fatto. Ce lo chiederemo fino alla conclusione del racconto che, chissà perché, dà l’impressione che non si concluda sul serio con l’ultima parola scritta. Ci sarà un seguito? Noi lo speriamo.   


ANTON francesco Milicia



CONTRADA DELLE CASE VECCHIE


Lo chiamano il Fabbro… e tiene sotto scacco Contrada delle Case Vecchie, un pezzo dimenticato di Calabria Ultra dove lo Stato e la Mafia si rincorrono nelle pieghe della zona grigio cenere. Il Maresciallo Pasquale gli dà la caccia ormai da due anni, e da poco tempo lo fa sotto la direzione di un Procuratore Aggiunto dalla mente brillante e dalle intuizioni felici, fatto venire apposta da Roma. Il Fabbro vive a metà tra la normalità di uno qualunque ed un delirio lucido in cui passando da larva a farfalla diventa qualcuno. Compie le sue azioni delittuose con sadico distacco, cattura le sue vittime senza ucciderle, per lasciarle immobilizzate come fantocci in luoghi sperduti nei boschi dell’ Aspromonte e delle Serre calabresi, dopo averle trasformate in “creature”: cibo vivo per le sue “gladiatrici”. Nel suo delirio farcito di ricordi dolorosi, citazioni colte, musica rock, richiami al latino ed all’Impero romano, il Fabbro descrive la sua “poetica del disfacimento” e la sua missione, costringendo chi gli dà la caccia ad immergersi nel suo mondo per risolvere i suoi enigmi. Come un treno senza controllo la storia sfreccia vertiginosamente, diretta verso un finale carico di orrore suggestivo, denso di allegorie dantesche e riferimenti gotici, con tanto di fantasma.

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Ho letto “Contrada Delle Case Vecchie” di Anton francesco Milicia, facendo finta di non conoscere l’autore e di amare il genere horror, che, in realtà, non leggo quasi mai. Se mi fossi approcciata alla lettura con pregiudizio, forse non  sarei riuscita a cogliere la grandiosità della penna di Anton, che, lo ammetto, mi ha stupita e rapita, come solo il Fabbro poteva fare.
Da “lettrice compulsiva”, mi sono ritrovata ad essere “lettrice parsimoniosa” e a centellinare ogni singola pagina che mi separava dal finale di Contrada, perché, essendo stata risucchiata nel vortice psicotico del Fabbro e nelle sue ossessioni, incredibilmente mi sono anche ritrovata a fare il tifo per lui, pur avendo amato, in maniera quasi vergognosa, il Maresciallo Pasquale , uomo “sostanzioso” ( in tutti i sensi), che incarna perfettamente l’idea che abbiamo dell’uomo giusto e onesto, tutore della Legge.
Anton francesco Milicia non ha nulla da invidiare ai migliori scrittori di oltremare, ma, anzi, se ne distanzia notevolmente, con il suo stile accurato e graffiante, soprattutto perché non ha “copiato” nessuno, decidendo di ambientare una storia così forte e violenta, pur nella sua fragile delicatezza, e, chi leggerà il suo romanzo, non potrà non darmene atto, in una Calabria descritta in maniera sublime, ma senza pietismo o sentimentalismo.
I colpi di scena si susseguono, in un continuo crescendo e, quello che il lettore crede di aver scoperto, risulterà sempre differente  da quella che è la realtà del Fabbro, che si prende gioco di tutti, compreso chi legge le sue vicende, pagina dopo pagina, fino al momento in cui verrà scritta la parola “fine”.
Mentre  proseguivo nella lettura mi sono resa conto che scrivere un romanzo simile sarebbe un’impresa titanica per chi, come me, non ha conoscenze approfondite in campo musicale, architettonico o cinematografico. Anton francesco Milicia è un pozzo di conoscenza e la sua “sapienza” viene riversata abilmente fra le righe, ma, sempre, in maniera consona ed emozionante.
Dopo le prime pagine mi sono ritrovata ad ascoltare i brani da lui citati e ad apprezzare ancora di più le sue parole, vivendo, in un certo senso, un’esperienza che, spesso, mi ha tolto il respiro e mi ha fatto accapponare la pelle, inchiodandomi sul  divano per ore.
Il romanzo di Anton francesco Milicia deve essere letto in questo modo: con la musica in sottofondo, con la figura del fabbro sempre accanto e con la consapevolezza che il “mostro”, pur nella sua violenta e spietata follia,  non è  altro che un uomo fragile, incapace di difendere la sua mente malata in modo diverso, se non  “sperimentando” sulle sue vittime la potenza delle sue ossessioni.
Credo che autori così “completi” meriterebbero di avere un successo notevole e sono convinta che Anton francesco Milicia, passo dopo passo, riuscirà a farsi conoscere al grande pubblico, perché lo merita veramente.

Dunque, mi inchino di fronte alla sua “penna magica” e mi riprometto di leggere tutto quello che, questo bravo autore, ha scritto nel passato e scriverà nel futuro, auspicando, vivamente, di poter tornare  a leggere una nuova storia del Fabbro.



LINDA BERTASI


Sinossi
ROMANZO BREVE (99 pagine) - ROMANCE - Nell'Inghilterra di Enrico VIII una storia di seduzione e inganno, di passione e omertà, dove niente è come sembra. Una serva divisa tra un duca e un ricco avvocato, tormentata da incubi inspiegabili e da un desiderio proibito.

Essex 1522. Jane Rivers ha solo sedici anni quando incontra Charles Brandon, il duca di Suffolk. Una tempesta fortuita li costringerà a ripararsi in un capanno tra i boschi e la passione li travolgerà. Ma Jane è una serva e Charles un duca, non c'è spazio per l'amore. I genitori della ragazza, per nascondere l'onta, la costringeranno a un matrimonio riparatore con il promettente avvocato e amico di famiglia Richard Howard. Per Jane una nuova vita si profila all'orizzonte e una tenuta opulenta in cui trascorrerla. Ma cosa nasconde questa villa e perché un gentiluomo dovrebbe scegliere di dare scandalo e sposare una contadina? Cosa si cela dietro gli incubi che da anni tormentano Jane e che riaffioreranno non appena varcata la soglia di Manor House? Nell'Inghilterra di Enrico VIII tra seduzioni e inganni, una storia di passione e omertà che affonda le sue radici nel silenzio.
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Se avevo apprezzato la penna di Linda Bertasi, leggendo “Il profumo del Sud”, divorando “Il silenzio del peccato”, ho decisamente ammirato la capacità che ha questa scrittrice di mescolare la storia e la fantasia, riuscendo a rappresentare atmosfere vive e reali, anche se il periodo storico nel quale  ha ambientato il suo racconto breve non è, certo, uno dei più semplici.
Che l’autrice sia un’appassionata dell’epoca Tudor si capisce dalla facilità con la quale riporta quasi un ventennio di storia in meno di cento pagine, facendo sì che il romanzo diventi anche un affresco storico ineccepibile e accattivante e non solo il racconto di una storia d’amore e passione.
Janine, la giovane protagonista, si trova a dover interagire con dei personaggi che, per la loro importanza e il loro spessore, potrebbero farla diventare una semplice comparsa. Enrico VIII, Anna Bolena, Caterina d’Aragona e lo stesso Charles Brandon, intimo amico del re, avrebbero potuto mettere in ombra la sua figura ma Linda Bertasi, scrivendo la storia della giovane contadina che, in un giorno di pioggia incontra l’uomo che le cambierà la vita per sempre, non è caduta in questo errore e ha fatto sì che anche lei diventasse parte integrante degli avvenimenti del tempo .
L’autrice racconta la vicenda di Janine e lei, a sua volta, ci racconta la storia di un re e delle sue regine, degli intrighi di corte e dei giochi politici del tempo.  Riga dopo riga, impareremo anche  ad apprezzare Richard Howard; uomo che sembra silente e poco importante, ma che, come tutte le persone silenziose e profonde, ci riserverà una sorpresa finale, che lo renderà il “vero” protagonista maschile della storia.  
Linda Bertasi mescola gli ingredienti con equilibrio e delicatezza, senza mai eccedere, soprattutto quando descrive gli incontri appassionati fra i protagonisti, e lo fa sempre con un linguaggio appropriato e con dialoghi che convincono e coinvolgono il lettore.
Naturalmente l’autrice non ci risparmia il colpo di scena finale, che ci fa presagire di tanto in tanto e che, nelle ultime pagine del romanzo darà una svolta importante alla vita di Janine, ma soprattutto la darà ai suoi sentimenti.
Una lettura piacevole, interessante e piena di sfumature, capace di catturare l’attenzione del lettore fino a quando non  giunge alla parola “fine”.
Un’autrice che promette bene e che potrebbe, anzi dovrebbe, scrivere qualcosa di molto più articolato sui Tudor e sulle vicende di quel periodo storico che, personalmente, adoro. Brava Linda!


EMILY PIGOZZI


Il posto del mio cuore- Emily Pigozzi
Formato Kindle € 3,99
Cartaceo (copertina flessibile) € 14,50


Sinossi

Bassa emiliana, anni ’50. Alma Libera Tondelli è una ragazza di paese. Sognatrice e inquieta, Alma sembra avere un destino già scritto: la vita di campagna, il lavoro in fabbrica, la messa della domenica. Fulvio, limpido e sincero, la ama da sempre, ma arrendersi al suo amore significherebbe rinunciare ai sogni di libertà che da sempre tormentano il suo spirito. Dalle campagne emiliane del dopoguerra alla Bologna del sessantotto, passando per la Roma del cinema e della Dolce vita, pur plasmata dagli uomini della sua vita Alma cercherà sé stessa e la sua vera strada, mentre al paese qualcuno continuerà ad amarla in silenzio… Perché, come le predisse la Delfina, l’indovina che ha popolato le sue fantasie di adolescente, in lei “ci sono le luci e le ombre, e la salvezza del cuore, spesso, è nel luogo in cui si parte”.


Emily Pigozzi torna con un nuovo romanzo e lo fa sorprendendomi non poco. Della brava autrice avevo già letto e recensito “L’angelo del risveglio” e, da lettrice accanita, avevo notato, in lei, una delicatezza fuori dal comune nel raccontare le sue storie.  Che fosse brava lo avevo intuito, ma che fosse “così tanto brava” non lo avrei, sinceramente, pensato. Non credevo che potesse raccontare una storia così bella e in modo così profondo, così diverso dal solito, con parole soppesate e sicuramente scelte con cura, ma che, durante la lettura, risultano naturali e spontanee. Alma Libera. Questo è il nome della protagonista de “Il posto del mio cuore”. Alma Libera è una ragazza nata nel posto sbagliato; un posto che le sta stretto e che non sente suo. Lei è proprio come il nome che le  hanno dato: un’anima libera, pronta a spiccare il salto lontano dal suo ambiente. Un salto che la porterà non troppo lontano, dal punto di vista fisico, ma lontanissimo dal punto di vista sociale e affettivo.  Alma compie un percorso doloroso e faticoso e diventa grande lontano da chi l’ha amata e continua ad amarla, anche se lei non c’è più. La storia di Alma Libera conquista il lettore pagina dopo pagina, coinvolgendolo in maniera totale e impedendogli, quasi, di interrompere la lettura, tale è la curiosità di sapere quale sarà la conclusione della stessa. Emily Pigozzi affronta tantissimi argomenti  e lo fa ambientando il romanzo in un periodo storico importante e tratteggiando  i personaggi in maniera netta e precisa. “Il posto del mio cuore” fa di Emily Pigozzi una scrittrice “diversa” dal coro; una scrittrice che ha tutte le qualità per essere considerata “grande” e “matura” ; una scrittrice che  ha storie davvero belle da raccontare.   







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