Racconti brevi: Fame da bue, di Lorena Marcelli


FAME DA BUE


Uno,due,tre,quattro,cinque,sei,sette,otto,nove,dieci,undici,
dodici;
Uno;
Uno,due;
Uno,due,tre;
Uno,due,tre,quattro.
A questo punto non ce l’ho fatta più. Ho scostato le coperte dal corpo e ho appoggiato i piedi sul freddo pavimento di marmo, cercando un pretesto  per fermarmi.
E’ buio, fa freddo, è un peccato lasciare il letto caldo , poi mi sentirò in colpa, poi mi sentirò male, male, ma così male che prometterò di non farlo più, che domani andrò di nuovo dal dottore e che, finalmente, troverò la forza di confessare il mio problema.
Perché è un problema. Io ho un problema. Lo so, ne sono assolutamente consapevole, ma non posso farci niente. E’ una cosa che va oltre la mia volontà.
In momenti come questo non riesco a pensare a niente altro. Sarei disposta anche ad ammazzare se qualcuno osasse fermarmi  in questo istante.
A lui, tanto, non do più nessun fastidio. Ormai non dormiamo insieme da tanto, tantissimo tempo. Mentre appoggio i piedi a terra e lascio che il gelo del marmo mi penetri nelle piante, fino a raggiungere le  dita, la caviglia e poi risalire verso le gambe, accendo la luce della lampada da lettura. Non ho perso ancora questa abitudine. Potrei benissimo accendere la luce  centrale,ma, ogni volta, tentenno e non lo faccio. Non darei fastidio a nessuno ,ma, passando davanti allo specchio appeso sulla parete di fronte, vedrei la mia immagine riflessa e,forse, proverei schifo per me e per quello che sto  per fare. Schifo forse no, ma pena sì, tanta pena.
Io non voglio compatirmi. Non voglio vedere la donna che, di notte, sono in grado di diventare.
Infilo i piedi, ormai congelati, nelle comode pantofole rivestite di pile e aspetto fino a quando il tepore non dà sollievo alle dita intirizzite.  Potrei ancora farcela. Potrei contare fino a cento, chiudere gli occhi e stendermi. Ripetere il mantra buddista  NAN MYOHO RENGE KYO all’infinito, fino a quando il sonno non prenderà il sopravvento sulla mia  idea fissa.
Ci provo. Adesso  ci provo davvero e cerco di resistere. Prima o poi devo iniziare a farlo. Da qualche parte si dovrà pur iniziare!
Lo ripeto per dieci, venti , trenta volte. Gli occhi non accennano a chiudersi e la mente è rivolta sempre nello stesso luogo. Non riesco a distogliere i miei pensieri. Lo stomaco brontola e l’acido mi riempie la bocca. Ieri sera non ho cenato. Almeno parto avvantaggiata. Lui è tornato tardi e ha detto che si era fermato al bar con gli amici.  Non aveva fame. Si erano concessi un aperitivo cenato e non aveva più fame.
Da quel momento non ho fatto altro che pensare a quello che aveva mangiato. Non sono riuscita a fare altro.  Abbiamo guardato un film alla tele, ognuno steso sul proprio divano. Prima ne avevamo uno enorme, a penisola, bellissimo. Era bianco, di pelle.
Un giorno mio marito ha deciso che quel divano era troppo ingombrante per il nostro appartamento e lo ha dato indietro, prendendone due a due posti. Uno per ciascuno.
Anche le stanze da letto sono diventate  separate. Anche i bagni.
Certe volte penso che questo appartamento, che inizialmente trovavo troppo  grande, sia l’unica cosa giusta della mia vita. Se avessimo avuto un appartamento più piccolo adesso anche la nostra vita sarebbe separata. Più di quanto non lo sia già.
Nel frattempo mi sono sufficientemente infreddolita e la fame non è passata. I brutti pensieri l’hanno acuita e il nervosismo che mi porto addosso da giorni è inaffrontabile.
Infilo il maglione informe che accompagna le mie serate in casa e stringo le braccia intorno al corpo ormai scheletrico. Contando tutte le calorie che ingurgito di notte dovrei pesare cento chili. Invece se arrivo a cinquanta faccio prova. Se consideriamo, poi, che sono alta quasi un metro e ottanta, va da sé che è  inutile dare altre spiegazioni.
Tre anni fa pesavo novanta chili. Ero una ragazzona in salute. Bianca e rossa come una mela matura. Mio marito mi abbracciava felice e mi chiamava “la mia buzzicona” .
Non ricordo quando ho iniziato a non vivere bene con il mio corpo. Forse è stato quel giorno in cui, specchiandomi di fronte ad una vetrina del centro, ho visto riflessa, dietro di me, l’immagine di una ragazza meravigliosamente bella. Bella e magra. Aveva delle gambe lunghissime, magre,  inguainate in un paio di pantaloni neri. Quelle gambe furono i pugnali che ammazzarono il mio buonumore e la mia allegria.
Da quel giorno iniziai a mettermi a dieta. Ne parlai con mio marito, ma lui mi liquidò dicendomi che non avevo bisogno di dimagrire e che io, troppo magra, sarei stata bruttissima. Avevo un fisico imponente, importante. Un fisico statutario.
Io, invece, volevo avere un fisico come Audrey Hepburn. Volevo essere minuta, leggiadra, eterea. Una farfalla. Volevo essere una farfalla e non un elefante.Dapprima iniziai con una dieta da mille calorie.Poi passai a quella da settecento.Poi cominciai ad ingerire solo liquidi.Poi  scoprii che era così facile liberarsi di tutto.In seguito lo scoprì anche mio marito.
 Mentre io dimagrivo a vista d’occhio, lui diventava sempre più taciturno e strano. Si stava allontanando da me e io non me ne curavo. L’unica cosa che tenevo sotto controllo era il mio corpo che mutava giorno per giorno. Le braccia, che prima erano floride e muscolose, pian piano erano diventate un fascio di pelle secca e di vene in rilievo. Le gambe erano lunghe e magre, ma non somigliavano affatto a quelle della splendida ragazza che avevo visto quel giorno.
“Così non va” mi disse lui, una sera, prima di lasciare la mia stanza da letto e trasferirsi nell’altra.
“Così non va. Tu hai bisogno di aiuto. Non puoi rovinare la tua vita in questo modo. Non puoi rovinare nemmeno la mia, di vita. Sei brutta. Sei diventata brutta. Eri una splendida fanciulla e ora sei uno spaventapasseri, non te ne rendi conto?”
Fu la prima volta che litigammo furiosamente. Da quella sera lui non dormì più con me.
Il giorno dopo usci e fece la spesa. Riempì il frigo di ogni ben di Dio, concentrandosi, soprattutto, sulle cose che mi piacevano di più.
I primi giorni non riuscii a  fingere di mangiare e di stare bene. Poi, però, scoprii un metodo che mi permetteva di ingozzarmi fino a star male ma che non mi faceva mettere su nemmeno un grammo.
Mangiavo ,mangiavo,mangiavo tutto quello che avevo sotto mano e non sentivo nemmeno più il sapore di quello che ingoiavo.

Ho  fame di fame. Soprattutto di notte. La notte è il momento peggiore della mia  giornata.
Di giorno riesco a  controllare la mia mente. Di giorno riesco a mangiare quello che lui vuole che io mangi, ma la notte no. Non ci riesco proprio. Mi sveglio in preda al bisogno,irrefrenabile, di mangiare. Devo mangiare. Se non mangio muoio. Lo so che muoio se non lo faccio!
Anche adesso so che sto per morire. I pensieri mi hanno fatto perdere troppo tempo e la fame è diventata ancora più feroce.
Ho una fame feroce. Davvero, lo giuro. Sento che la mia fame mi divora. Mi divora il cuore, la pelle, lo stomaco, l’anima. Soprattutto l’anima.
Ma,nonostante io sia consapevole di ciò, come un fantasma mi dirigo verso la cucina, facendo attenzione a non fare troppo rumore. Lui dorme di là, a pochi passi da me. Lo so che mi sente. Mi sente ogni notte. Mi sente quando mangio e mi sente quando,dopo aver svuotato il frigo, mi chiudo in bagno e ci resto per quasi un’ora, svuotando lo stomaco e svuotando la mia anima che si mortifica ogni notte.
Non mi raggiunge più. Ormai sa che le bugie che dico non cambieranno mai.  Le promesse che faccio non saranno mai mantenute.
Ho bisogno di aiuto. Ho bisogno di qualcuno che mi faccia capire perché sono caduta in questo vortice. Non possono essere state due gambe da modella. Non può essere stata la voglia di diventare bella. Io, bella, lo ero davvero.
Entro in salotto e guardo le nostre foto. Tengo esposte solo le foto del matrimonio. Eravamo belli. Belli e felici. Ero in carne, ero grassottella, ma ero bella.
Adesso sono anni che non mi fotografo. Non voglio vedermi. Quando mi specchio non mi vedo. Rifiuto di vedermi. Mi guardo ma non vedo me. Vedo quella che vorrei essere e non sarò mai.
I crampi, ormai, mi fanno piegare in due.
Sento di nuovo i rintocchi della campana. Sono le cinque del mattino. E’ tardi. Fra un po’ inizierà una nuova giornata. Fra un po’ dovrò indossare la maschera della donna felice e senza problemi. Dovrò andare a scuola e spiegare ai miei studenti la seconda guerra mondiale. I ragazzi mi guardano attenti, ogni giorno di più. Loro sanno. Loro capiscono. Ma non chiedono. Sono curiosi ma sono discreti. I miei colleghi no. I miei colleghi si danno di gomito, pensando che io non me ne accorga. Gli esseri umani sanno essere crudeli, quando vogliono.
Apro il frigo in preda alla più cupa disperazione. Mi siedo per terra, afferrando la prima cosa che mi capita a portata di mano. La mastico senza nemmeno riconoscere cosa io stia mangiando. Mastico con una velocità impressionante, poi riempio le mie mani di cibo e porto tutto in bocca, soffocandomi, quasi.
Lo schifo della mia vita è dentro di me,nella mia bocca, nel mio esofago, nel mio stomaco. Mastico e inghiotto, mastico e inghiotto fino a quando sento che sto per vomitare.
Qui non posso farlo. Mi alzo con fatica e corro in bagno. Non ho nemmeno bisogno di mettere le dita in bocca. Mi libero senza aiuto. Mi libero il corpo e incateno di nuovo la mia anima. La inchiodo, la trafiggo con la vergogna che provo per me stessa e per la mia incapacità  di vivere una vita normale.
Appoggio la testa al water e spingo le dita in fondo alla gola, fino a quando non sento le unghie che scorticano la carne.
Domani smetterò. Domani andrò dal dottore. Domani butterò tutte quelle schifezze che ho nel frigo.
Aspetto che il nuovo giorno si affacci timido, prendendo il posto delle ombre della notte. Lui non si è alzato nemmeno stavolta. Io sono rimasta in bagno fino a quando non mi sono sentita meglio, ma ora devo andare. Mi devo preparare. E’ arrivato domani.
Non sono ancora pronta. Ci devo pensare ancora un po’. Non posso andare oggi dal medico. Ho lezione tutto il giorno. Tornerò a casa  quando il suo studio,ormai, sarà chiuso.
Stanotte cercherò di resistere. Stanotte non mi alzerò. Chiederò a mio marito di chiudermi a chiave in camera. Stanotte chiederò aiuto.
Stanotte. O domani.




L. Marcelli

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