domenica 30 marzo 2025

Diario di viaggio a Ferrara

 


Diario di Viaggio a Ferrara – 29 e 30 marzo 2025

Sabato, 29 marzo 2025

Il mio viaggio a Ferrara è iniziato con un piccolo imprevisto: il treno ha accumulato un’ora di ritardo. Nonostante l’attesa, non mi sono lasciata scoraggiare. Quando finalmente sono arrivata alla stazione, la città mi ha accolta con il suo fascino discreto e le strade bagnate dalla pioggia. Il cielo grigio sembrava non voler cessare di piangere, ma in fondo questo aggiungeva un’atmosfera intima e avvolgente alla città.

Dopo aver lasciato i bagagli in hotel, ho deciso di dirigermi subito verso Palazzo dei Diamanti per visitare la mostra dedicata a Mucha e Boldini. L’arte di entrambi mi ha affascinata: Mucha, con i suoi eleganti ritratti di donne incorniciate da motivi naturali, ha trasportato i miei occhi in un mondo di delicatezza e grazia. Boldini, con le sue opere vibranti e dinamiche, mi ha mostrato una femminilità forte e sensuale. Ho trascorso ore a perdermi tra i dettagli di queste magnifiche opere, senza nemmeno accorgermi del tempo che passava.


Dopo la mostra, ho deciso di esplorare un po' la città. La pioggia, purtroppo, non ha accennato a fermarsi, ma la bellezza di Ferrara, con le sue vie tranquille e i suoi edifici storici, ha reso ogni passo piacevole. La Cattedrale di San Giorgio, con la sua facciata gotica, mi ha incantata. Entrare al suo interno, con il silenzio che regnava e le luci soffuse, mi ha dato una sensazione di pace in mezzo alla pioggia battente.

Proseguendo la mia passeggiata, mi sono imbattuta in un mercatino di prodotti regionali di tutta Italia, che aggiungeva un tocco di vivacità alla città. Mi sono fermata a gustare alcune specialità tipiche di Ferrara, come i salumi locali e il celebre “pangiallo,” una dolce tradizione della zona. È stato un modo perfetto per immergermi nel cuore della cultura gastronomica ferrarese.

La serata è poi proseguita con una cena tipica in uno dei ristoranti storici della città. Tra i piatti tradizionali, ho assaporato i cappellacci di zucca, accompagnati da un buon vino rosso. La cucina di Ferrara ha un sapore unico, che si mescola con la tradizione e il calore dell’accoglienza locale.

Domenica, 30 marzo 2025

La domenica ha portato con sé un timido sole, che finalmente ha fatto capolino tra le nuvole grigie. Il cielo, pur non essendo completamente azzurro, era più leggero, e il clima, pur fresco, aveva un’aria di speranza che mi ha dato una nuova energia.

Il Castello Estense è stata la mia prima tappa. La maestosità della fortezza mi ha colpita sin da subito. Passeggiando tra le sue sale affrescate e osservando il fossato che lo circonda, mi sono sentita come una protagonista di un romanzo medievale. La vista dalla Torre dei Leoni è stata spettacolare: Ferrara si stendeva davanti a me come una piccola città incantata, tutta da scoprire.




Nel pomeriggio, ho deciso di fare una passeggiata in Largo Castello, dove si stava tenendo un’esposizione di auto d’epoca. La scena era pittoresca: auto storiche di ogni tipo, alcune brillanti e lucide, altre con un aspetto più vissuto, ma tutte affascinanti a modo loro. Mi sono fermata a guardarle per un po', divertendomi a immaginare le storie che queste macchine avrebbero potuto raccontare, se solo avessero potuto parlare.

Infine, ho concluso il mio fine settimana a Ferrara con una passeggiata nel Parco Massari. Il sole era ormai diventato più forte, e tra gli alberi e i fiori appena sbocciati, ho trovato il posto ideale per riflettere su quanto questa città mi avesse conquistata. Ferrara, con la sua eleganza discreta, i suoi angoli nascosti e il suo mix di storia e modernità, è riuscita a sorprendermi ad ogni passo, lasciandomi il cuore un po' più ricco di bellezza.

Questi due giorni, pur con qualche nuvola e qualche imprevisto, sono stati un viaggio che rimarrà con me, un ricordo di arte, storia e piccoli dettagli che rendono ogni viaggio speciale.

sabato 29 marzo 2025

La Mostra di Mucha e Boldini a Ferrara: Un Incontro tra Due Maestri dell'Arte Moderna

 La Mostra di Mucha e Boldini a Ferrara: Un Incontro tra Due Maestri dell'Arte Moderna


Ferrara, città storica dal fascino intramontabile, ospita una delle mostre più attese dell'anno: "Mucha e Boldini. La Belle Époque tra Parigi e Ferrara". Questa straordinaria esposizione riunisce due dei maggiori protagonisti dell'arte europea del XIX e XX secolo: Alphonse Mucha, celebre per le sue illustrazioni Art Nouveau, e Giovanni Boldini, il maestro della pittura elegante e mondana della Belle Époque.

La mostra, allestita presso il Palazzo dei Diamanti, un simbolo dell'arte rinascimentale di Ferrara, propone un'affascinante visione delle opere di questi due grandi artisti, che hanno saputo interpretare e rendere immortale l'atmosfera di un'epoca segnata dal cambiamento sociale, culturale e artistico.

Alphonse Mucha: L'Arte della Bellezza e del Dettaglio

Alphonse Mucha, pittore e illustratore ceco, è un nome che subito evoca il movimento Art Nouveau. Le sue opere sono caratterizzate da linee fluide, motivi decorativi dettagliati e un uso armonioso dei colori, il tutto rivolto a celebrare la bellezza femminile e la natura. Mucha, che ha vissuto a Parigi durante l’apice della Belle Époque, ha creato manifesti iconici che sono diventati simbolo di un’epoca in cui la bellezza era celebrata in ogni sua forma.

La mostra di Ferrara presenta una selezione delle sue opere più celebri, tra cui i manifesti per la famosa attrice Sarah Bernhardt, che lo lanciarono definitivamente nel mondo dell'arte. La sua capacità di trasformare l’arte pubblicitaria in una forma d'arte vera e propria è visibile in ogni singola tela, dove la bellezza delle figure femminili è esaltata da composizioni intricate di fiori, motivi floreali e colori tenui che catturano l'attenzione.

Giovanni Boldini: Il Ritratto della Belle Époque

Accanto a Mucha, la figura di Giovanni Boldini si staglia come uno dei ritrattisti più amati della sua epoca. Originario di Ferrara, Boldini si trasferì a Parigi dove divenne celebre per i suoi ritratti mondani, in cui immortalava l’élite della Belle Époque. Le sue tele sono un inno al dinamismo e alla raffinatezza, con pennellate rapide e fluide che catturano la grazia e l’eleganza dei suoi soggetti.

La mostra offre una panoramica completa delle opere più celebri di Boldini, tra cui ritratti di donne aristocratiche, artisti e personalità del tempo. L'eleganza dei suoi soggetti, spesso dipinti in pose sofisticate e avvolti in abiti sontuosi, rimanda all'atmosfera vibrante della Parigi fin de siècle. La sua maestria nel rendere il movimento e la luce è un elemento che emerge con forza in ogni dipinto.

Un Viaggio tra Due Universi Artistici

Nonostante i due artisti abbiano operato in ambiti apparentemente distanti – Mucha nella grafica e Boldini nella pittura di ritratti – la mostra a Ferrara ci invita a riflettere sulle affinità che li uniscono. Entrambi, infatti, hanno saputo catturare l’essenza della Belle Époque, celebrando la bellezza, l’eleganza e la modernità, ma con linguaggi e tecniche differenti.

Mentre Mucha ha portato l'arte decorativa nella vita quotidiana attraverso manifesti, illustrazioni e design, Boldini ha immortalato l'élite parigina nelle sue tele, raccontando il lusso e la mondanità di una società in fermento. La mostra mette in luce questi due mondi, facendo dialogare la dimensione del decorativismo e dell’illustrazione con quella del ritratto aristocratico, creando un percorso visivo che racconta l’arte e la cultura di un periodo indimenticabile.

Ferrara: La Città che Abbraccia l'Arte

Ferrara, con il suo Palazzo dei Diamanti, rappresenta il contesto ideale per una mostra di tale portata. La città, patrimonio dell’umanità UNESCO, è un crocevia tra la storia dell'arte rinascimentale e le novità artistiche che segnarono il Novecento. La sua tradizione culturale e il suo impegno nella promozione di eventi artistici di livello internazionale rendono Ferrara un punto di riferimento imprescindibile per gli amanti dell’arte.

La mostra Mucha e Boldini è un’opportunità unica per immergersi in due mondi affascinanti e ricchi di storia, attraverso le opere di due artisti che hanno saputo raccontare l’essenza di un’epoca irripetibile.

Conclusioni

L’esposizione di Ferrara rappresenta una rara occasione per vedere da vicino l’opera di due maestri che, pur provenendo da contesti differenti, hanno contribuito a definire l’estetica della Belle Époque. La mostra "Mucha e Boldini" non solo celebra l'arte di questi due grandi, ma ci offre anche una finestra sulla Parigi e sull'Europa di fine secolo, regalandoci un'esperienza visiva indimenticabile.

La mostra è aperta al pubblico fino a maggio 2025, e rappresenta una tappa imperdibile per chiunque desideri immergersi nel cuore pulsante della Belle Époque.

sabato 22 marzo 2025

Oggi ho visto "Follemente"


"Follemente" di Paolo Genovese è una commedia che non solo fa ridere, ma sa anche toccare il cuore. Fin dai primi minuti il film riesce a coinvolgere lo spettatore, trascinandolo in un mix perfetto di ironia, emozioni e riflessioni sul mondo delle relazioni. La trama ruota attorno a Piero e Lara, due trentenni alle prese con le sfide dell’amore e della vita, eppure ogni personaggio che incontrano rappresenta un aspetto della loro personalità più profonda. È davvero affascinante come, attraverso il gioco delle emozioni personificate, il film riesca a esplorare con leggerezza e brillantezza la complessità dei sentimenti umani. La regia di Genovese è come sempre impeccabile, con quel tocco di eleganza che riesce a fondere umorismo e introspezione senza mai risultare pesante. Le interpretazioni degli attori sono straordinarie: Edoardo Leo, Pilar Fogliati, Claudia Pandolfi e una sempre brillante Vittoria Puccini, che dà vita a un personaggio complesso e affascinante, capace di mescolare forza e vulnerabilità. Ogni attore riesce a rendere il proprio personaggio unico, ma soprattutto credibile, facendoci entrare in sintonia con le loro emozioni.L a sceneggiatura è brillante, con dialoghi che alternano leggerezza e profondità, facendo scivolare via il tempo in modo piacevole. È un film che, pur affrontando temi complessi, lo fa con un sorriso, senza mai diventare né troppo serio né banale. È proprio questa la forza di "Follemente": riesce a essere divertente e al tempo stesso emozionante, regalando momenti di pura commedia ma anche spunti di riflessione sul nostro modo di vivere l’amore e le emozioni. 

In definitiva, "Follemente" è una pellicola che consiglio vivamente a chiunque voglia passare un’ora e mezza di puro intrattenimento, ma anche a chi cerca un film che sappia far sorridere e, allo stesso tempo, fare un po' di introspezione. Genovese, ancora una volta, dimostra di saper raccontare la vita con la giusta dose di leggerezza e profondità. Un film che vale decisamente la pena di vedere.

lunedì 17 marzo 2025

Recensione di Mickey 17 (2025) 

Una storia che non sa dove andare

Mickey 17 è uno di quei film che ti lascia con più domande che risposte, e non per un buon motivo. Non che manchi il potenziale – anzi, la premessa sembrava affascinante: un futuro distopico, clonazione, morte e resurrezione, l'incontro con creature aliene. Ma purtroppo il film non riesce mai a prendere una direzione chiara, e questo lo rende frustrante da guardare.

La storia, che parte con l’idea di un uomo che muore e viene riportato in vita ogni volta, è interessante sulla carta, ma in pratica diventa una specie di marasma confuso di eventi che non sembrano mai davvero incastrarsi tra loro. Mickey, il protagonista, è un "Sacrificabile", cioè una persona che viene usata come cavia in missioni pericolose, e ogni volta che muore, viene rigenerato come un clone. Bene, interessante, ma dopo un po' ci si chiede: "Perché dobbiamo vedere tutto questo?" La storia non sembra mai sapere se vuole concentrarsi sui temi filosofici della clonazione e dell’identità o se vuole essere un film d’azione con alieni e tradimenti. A un certo punto sembra che il film stia cercando di fare troppe cose contemporaneamente, ma senza mai riuscire a concentrarsi su una in particolare.

Mickey, interpretato da Robert Pattinson, è un personaggio che dovrebbe essere interessante, ma finisce per sembrare un po’ vuoto. La sua condizione di "Sacrificabile", che dovrebbe portarlo a riflettere sulla vita e sulla morte, viene trattata in modo superficiale. Pattinson sembra un po' perso, come se anche lui non sapesse cosa fare con il suo personaggio. Gli altri, come Nasha (Naomi Ackie) e Mickey18 (lo stesso personaggio in versione clone), sembrano essere lì solo per aggiungere complicazioni alla trama, senza che ci sia una vera connessione emotiva tra loro. Non capiamo mai veramente cosa vogliono o chi sono, il che rende difficile entrare in empatia con loro.

L'incontro con gli striscianti, queste strane creature simili a tardigradi, prometteva di essere il momento clou del film, ma anche qui c'è un grosso problema: non si capisce mai cosa stiano facendo. All'inizio sembrano una minaccia, poi sembra che siano amici, ma alla fine non si capisce veramente cosa vogliano o quale sia il loro ruolo nella storia. E Marshall, il politico tirannico che sembrava essere l’antagonista principale, diventa talmente esagerato che finisce per sembrare quasi una macchietta.

Il problema più grande di Mickey 17 è che non si capisce mai dove stia andando. Passa da un'idea all'altra senza mai fermarsi a riflettere davvero su nessuna di esse. Vorrebbe essere un film sulla clonazione e sulla ricerca di un'identità, ma non approfondisce mai veramente questi temi. Si perde anche nell'azione, senza mai dare al pubblico una motivazione forte per seguirla. A un certo punto ti ritrovi a guardare sullo schermo e ti chiedi: "Perché sta succedendo tutto questo?" È come se il film fosse una lunga serie di eventi che accadono senza una vera causa, e quando finalmente arriva la risoluzione, non senti davvero che sia stata una conclusione soddisfacente. A mio parere la storia non riesce mai a prendere un ritmo giusto, e ogni volta che un elemento sembra intrigante, il film lo abbandona troppo presto per inseguire qualcos'altro. E quando arriva, il finale ti lascia con una sensazione di vuoto, come se avessero dato più importanza a fare scena piuttosto che dare un senso vero alla storia.

Conclusioni

In definitiva, Mickey 17 è un film che sembra avere tante buone idee, ma non sa come svilupparle. Non è né un grande film di fantascienza né un dramma filosofico coinvolgente. Le cose succedono senza mai sentirsi davvero giustificate, i personaggi sono poco sviluppati e la trama sembra andare avanti senza una vera direzione. 


Recensione di "Prima del buio" di Sabrina Grementieri

"Prima del buio" di Sabrina Grementieri è un romanzo che, come una fotografia d'autore, cattura l’essenza delle emozioni più profonde e oscure che accompagnano il cambiamento e la resilienza umana. L'autrice, già apprezzata per Il sole di sera, torna con una storia che mette in scena la lotta contro l’imprevisto, il dolore e la paura, con uno stile raffinato e coinvolgente, capace di emozionare il lettore dalla prima all'ultima pagina.

La protagonista, Alexandra, è una donna indipendente, brillante nel suo lavoro di fotografa freelance e appagata nella sua vita personale, fino a quando una notizia devastante – la scoperta di una grave malattia – irrompe nella sua esistenza e spezza quella serenità che credeva solida. La sua reazione di fronte a questa realtà inaspettata è il cuore pulsante del romanzo, un viaggio interiore che Sabrina Grementieri esplora con una delicatezza straordinaria. La protagonista è costretta a confrontarsi con la sua vulnerabilità, a mettere in discussione certezze consolidate e a riscoprire la forza di reagire.

Lorenzo, l'altro protagonista, è un uomo che vive nella tranquillità rurale delle Langhe, impegnato in una causa umanitaria per i malati di retinopatia e ipovisione. La sua vita cambia in un attimo quando, in un incontro casuale, quasi fatale, incrocia il cammino di Alexandra. È un incontro che si carica di significato, non solo per il destino che li unisce, ma per l’opportunità di ricominciare a vivere nonostante la sofferenza. La Grementieri costruisce il personaggio di Lorenzo con grande sensibilità, mostrandoci un uomo capace di saper affrontare la propria oscurità per illuminare la strada di qualcun altro.

L’incontro tra i due è come un fulmine che squarcia il cielo notturno, un evento che trasforma le loro vite in maniera irreversibile. Alexandra e Lorenzo si trovano a dover fare i conti con un destino che sembra troppo crudele, eppure, è proprio nella difficoltà che nasce la possibilità di riscatto. La scrittura della Grementieri è potente, ma mai invadente, capace di catturare le sfumature emotive di ogni scena e di ogni pensiero, immergendo il lettore in un’atmosfera di riflessione profonda.

Il vero tema del libro non è la malattia, ma la risposta a essa, la capacità di affrontare il buio, di ritrovare la fiducia nel futuro, anche quando tutto sembra ormai perduto. Il romanzo si fa portavoce di un messaggio forte: nonostante la paura e le cadute inevitabili, c’è sempre una possibilità di rinascita. Ogni pagina è una riflessione sul coraggio di vivere, anche quando il buio sembra inesorabile.

Sabrina Grementieri non si limita a narrare una storia di malattia e sofferenza, ma ci offre un percorso di crescita interiore, in cui il cuore, seppur ferito, può ancora battere con forza. La resilienza dei protagonisti è il motore che li spinge a cercare una nuova luce, a risalire dal buio, a trovare il proprio posto in un mondo che, a volte, sembra troppo ingiusto.

La forza della narrazione sta nella sua capacità di mostrare che la vita, nonostante tutto, è sempre degna di essere vissuta. "Prima del buio" è un romanzo che tocca corde profonde, che invita alla riflessione e che, con una scrittura sobria ma intensa, riesce a commuovere senza mai cadere nel melenso. Una lettura emozionante e catartica, che lascia il lettore con la consapevolezza che, anche nei momenti più oscuri, c’è sempre una possibilità di rinnovamento e di speranza.

In conclusione, "Prima del buio" è un libro che non solo racconta una storia di lotta e riscatto, ma esplora anche l’essenza stessa della vita: una continua ricerca di luce, anche quando il mondo sembra avvolto nella notte. Un'opera che resta nel cuore, per la sua capacità di parlare a ciascuno di noi, nel nostro momento di fragilità.



mercoledì 19 febbraio 2025

Il guscio delle cose di Daniele Cavicchia


 

Recensione di Il guscio delle cose di Daniele Cavicchia

Daniele Cavicchia, con Il guscio delle cose, ci consegna una raccolta poetica che si muove tra il visibile e l’invisibile, tra la concretezza della materia e la fragilità dell’anima. Le sue poesie hanno il potere di scavare nel quotidiano, rivelando la memoria delle cose e delle persone attraverso immagini che sanno essere al tempo stesso nitide e sfuggenti.

La raccolta è suddivisa in tre sezioni – Il guscio delle cose, L'appena nata e Così sia – ognuna delle quali sembra costruire un percorso verso una forma di consapevolezza più profonda. La poesia di Cavicchia è asciutta, a tratti essenziale, ma sempre carica di un’intensità emotiva che invita il lettore a soffermarsi sulle pieghe del linguaggio e sul non detto. C’è una ricerca quasi ossessiva del senso che si nasconde nelle cose, nei dettagli, nei gesti minimi, come se la realtà potesse svelare il suo mistero solo a chi ha la pazienza di osservarla con attenzione.

Un tema ricorrente è il dolore, ma mai gridato: è una presenza discreta, che emerge tra le righe, come un'ombra che accompagna la luce. La prefazione di Eugenio Borgna sottolinea proprio questa capacità di Cavicchia di raccontare il dolore senza retorica, lasciando spazio al lettore per riempire i silenzi e completare il significato dei versi.

In definitiva, Il guscio delle cose è una raccolta poetica che colpisce per la sua capacità di trasformare la materia in parola e di far risuonare, attraverso il linguaggio, ciò che normalmente resta nascosto. È un libro per chi ama una poesia che non si impone, ma si insinua, lasciando tracce profonde nella memoria e nella sensibilità di chi legge.

domenica 12 gennaio 2025

Lo diciamo a Liddy? di Anne Fine

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Recensione di Lo diciamo a Liddy? di Anne Fine

Anne Fine, con la sua abilità narrativa e il suo acuto senso dell'umorismo, ci regala una storia intensa e avvincente che esplora le dinamiche familiari, i segreti e i dilemmi morali. Lo diciamo a Liddy? è un romanzo che, pur mantenendo una leggerezza di fondo, affronta temi universali come la lealtà, l'amore fraterno e il prezzo della verità.

La vicenda ruota attorno a quattro sorelle, Heather, Stella, Liddy e Bridie, e al dilemma che le accomuna: rivelare o meno a Liddy un segreto sconvolgente sul suo futuro marito, George. Il romanzo si sviluppa attraverso dialoghi brillanti e situazioni che oscillano tra il comico e il drammatico, rivelando poco a poco le complessità di ciascun personaggio. Liddy, ingenua e ottimista, è la figura al centro del dramma, ma il punto di vista privilegiato è quello delle sorelle, che devono affrontare il peso della decisione e delle conseguenze che ne derivano.

Anne Fine riesce a catturare con maestria i legami che tengono unite le famiglie, anche quelle imperfette, e la sottile tensione tra il desiderio di proteggere chi amiamo e la necessità di essere onesti con loro. La scrittura è vivace e coinvolgente, con descrizioni che portano il lettore dentro le dinamiche della famiglia Funnell, creando empatia per ogni personaggio. Il finale  lascia spazio alla riflessione, senza risposte preconfezionate.

Lo diciamo a Liddy? è un romanzo che intrattiene e fa riflettere, perfetto per chi ama storie familiari ricche di emozioni e dilemmi morali. È una lettura che ci invita a chiederci: fino a che punto siamo disposti a spingerci per proteggere chi amiamo? Un libro consigliato sia ai giovani lettori che agli adulti, per il suo messaggio senza tempo

lunedì 16 dicembre 2024

Fichi di marzo di Kristine Maria Rapino




Fichi di marzo di Kristine Maria Rapino è un romanzo intenso e poetico che si snoda tra le radici profonde di una terra contadina e l’intimità di una vita raccontata attraverso i sapori, gli odori e i colori del mondo rurale. Pubblicato nel 2023, questo libro è una vera rivelazione, grazie alla capacità dell'autrice di intrecciare memoria, sentimento e narrativa con grande delicatezza.

Trama

La storia si ambienta in un piccolo paese dell'entroterra abruzzese, un luogo sospeso tra passato e presente, dove la protagonista – che possiamo leggere come un alter ego dell’autrice – ripercorre la sua vita attraverso episodi personali e familiari. L'elemento centrale è la connessione con la natura e il cibo, simboli della memoria e del legame con la propria identità. I fichi di marzo, che danno il titolo al romanzo, rappresentano una metafora potente: un frutto precoce, fragile e inaspettato, capace di racchiudere un senso di nostalgia, ma anche di speranza.

Lo stile della Rapino è lirico, quasi onirico, capace di evocare immagini vivide e cariche di emozioni. La sua scrittura è immersiva, in grado di catturare il lettore grazie a descrizioni che trasportano nei campi, tra i profumi della terra, le mani sporche di lavoro e il calore delle tradizioni.
Le tematiche affrontate sono molteplici e profonde: il senso di appartenenza, il rapporto con la famiglia e con il passato, la condizione femminile in un mondo spesso dominato dalle regole maschili, e il contrasto tra il desiderio di fuga e l'impossibilità di spezzare certi legami.

La protagonista, di cui non conosciamo il nome, è un personaggio complesso, profondamente umano. Attraverso la sua voce, emergono le fragilità, i dubbi e le emozioni di una donna che cerca di trovare il suo posto nel mondo, divisa tra la modernità e le antiche radici della sua comunità. I personaggi secondari, sebbene delineati con tratti essenziali, risultano vivi e autentici, contribuendo a creare un microcosmo ricco di sfumature.

Fichi di marzo è un romanzo che parla al cuore del lettore, un racconto che sa di terra, di amore e di resilienza. È un’opera che celebra il potere della memoria e delle tradizioni, senza mai indulgere nella retorica, ma anzi rinnovandole con una sensibilità contemporanea. Perfetto per chi ama le storie intime e autentiche, che lasciano un segno profondo.

Consigliato a chi cerca una lettura riflessiva

giovedì 5 dicembre 2024

La regina senza trono di Ornella Albanese


La regina senza trono di Ornella Albanese 

Mondadori

La regina senza trono di Ornella Albanese è un romanzo storico che esplora la vita di Amalasunta, una figura storica ostrogota e figlia di Teoderico il Grande. La scrittura dell’autrice si distingue per l’abilità nel mescolare una narrazione emotiva con un'accurata ricostruzione storica, offrendo al lettore un'intensa immersione nel mondo dell'antichità tardo-romana e delle complesse dinamiche di potere.

Contesto storico e trama

Il romanzo si svolge nel VI secolo d.C., un'epoca segnata dalla decadenza dell'Impero Romano d'Occidente e dalla difficoltà degli Ostrogoti nel mantenere il controllo dell'Italia. Amalasunta, regina senza trono, è una donna che si trova in una posizione di grande potere politico, ma anche di vulnerabilità. La sua storia è segnata dalle lotte interne al regno ostrogoto e dalle sue stesse difficoltà nell’affermare la propria autorità in un mondo patriarcale.

Albanese, pur mantenendo un forte legame con la veridicità storica, non trascura gli aspetti più intimi e psicologici della protagonista. Amalasunta è un personaggio complesso, divisa tra l'amore per la sua terra e il desiderio di proteggere il suo popolo, e la necessità di navigare tra alleanze pericolose e tradimenti. Il suo tentativo di governare in un mondo dominato dagli uomini e dalla guerra viene descritto in modo realistico, con una profonda attenzione ai suoi conflitti interiori.

Caratterizzazione dei personaggi

Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è la caratterizzazione dei protagonisti, in particolare quella di Amalasunta. La regina è dipinta non solo come una figura politica, ma anche come una donna che lotta con le sue vulnerabilità. La sua figura è avvolta da solitudine, sospetti e tradimenti, ma anche da una determinazione incrollabile. Albanese non si limita a raccontare gli eventi storici, ma cerca di entrare nella mente dei suoi personaggi, esplorando i loro pensieri e i loro moti interiori.

Un altro personaggio rilevante è il padre Teoderico, la cui figura viene idealizzata in alcune fasi, ma mostrata anche nella sua umanità e debolezza. La relazione tra Amalasunta e il padre è uno degli elementi emotivamente più intensi del libro, con il continuo bilanciamento tra l’amore filiale e l’obbligo di seguire le leggi del potere.

Stile narrativo e linguaggio

La scrittura di Albanese è fluida e ricca di dettagli, riuscendo a immergere il lettore nell'epoca e nel contesto storico, ma senza mai sacrificare la componente emotiva dei personaggi. L'autrice non esita a dipingere i protagonisti come esseri umani fragili e indecisi, ma anche pieni di determinazione e ambizioni. La narrazione è attenta al dialogo e ai dettagli quotidiani, senza tralasciare la grandezza degli eventi storici.

L'elemento psicologico gioca un ruolo centrale nel romanzo, in particolare quando la protagonista deve confrontarsi con le sue paure e il suo destino. La tensione tra il pubblico e il privato, tra i doveri di regina e i desideri di donna, è resa con grande maestria. In alcune parti del libro, l’analisi psicologica dei personaggi sembra prendere il sopravvento sugli eventi esterni, ma questo non appesantisce la lettura, anzi, arricchisce ulteriormente la comprensione delle loro motivazioni.

Ritmo e struttura

Il ritmo narrativo è generalmente equilibrato, con Albanese che alterna momenti di grande tensione politica a introspezioni più lente e riflessive. Tuttavia, in alcuni tratti, la narrazione può sembrare più lenta a causa dei lunghi passaggi descrittivi e delle riflessioni interiori dei personaggi. Questi momenti, pur essendo a volte più ponderati, sono funzionali alla costruzione dei personaggi e permettono di comprendere meglio la complessità della figura di Amalasunta.

La struttura del romanzo si svolge in modo lineare, ma non mancano flashback e salti temporali che permettono al lettore di esplorare il passato della protagonista, le sue relazioni familiari e politiche, e le sue ambizioni per il futuro.

Conclusione

La regina senza trono è un romanzo storico che affonda le sue radici nella tradizione della narrativa storica, ma che si distingue per l'introspezione psicologica e il realismo dei suoi personaggi. Albanese riesce a evocare l'atmosfera dell'epoca, con i suoi intrighi e le sue battaglie per il potere, ma anche a rendere il conflitto interiore della protagonista, una donna che si trova a dover fare i conti con un mondo che non è disposto ad accettarla come sovrana. Il romanzo è adatto a chi apprezza una lettura profonda, che non si limita a raccontare eventi storici ma esplora anche la psicologia e la complessità dei suoi protagonisti.

I fiori di Montmartre di Annalisa Fabbri



"I fiori di Montmartre" di Annalisa Fabbri (Autore) CAPPONI EDITORE 

 "I fiori di Montmartre" di Annalisa Fabbri è un romanzo affascinante e ben documentato che racconta la vita di Suzanne Valadon, una figura carismatica e audace della Parigi di fine '800. Ambientato nella vivace Montmartre, il libro intreccia realtà storica e finzione per narrare l'ascesa di Valadon da modella per celebri artisti come Renoir e Toulouse-Lautrec a pittrice affermata, sfidando le convenzioni sociali del suo tempo. La protagonista emerge come simbolo di emancipazione artistica e sociale, capace di infrangere le rigide convenzioni del suo tempo. L'opera utilizza una struttura narrativa che alterna passato e presente, iniziando dal funerale della protagonista e ricostruendo, attraverso flashback e memorie, le tappe principali della sua vita.

 L’ambientazione nella Parigi bohémienne di fine Ottocento è resa con cura, evidenziando il fermento creativo e i contrasti sociali del quartiere di Montmartre. La descrizione degli ambienti, unita al carattere intenso e sfaccettato dei personaggi, permette di cogliere le sfumature emotive e psicologiche di un'epoca dominata da passioni, arte e trasgressione. La narrazione enfatizza le dinamiche relazionali tra Suzanne e le figure centrali della sua vita, tra cui il figlio Maurice Utrillo. La complessità del loro rapporto riflette temi di sofferenza, creatività e resilienza, in un continuo intreccio tra la lotta personale e la grandezza artistica. Grazie a una scrittura precisa e immersiva, il romanzo non solo celebra la figura di Suzanne Valadon ma offre una riflessione più ampia sull’arte, sul ruolo delle donne e sul peso della memoria storica. Se ami le biografie romanzate o sei interessato al mondo dell'arte, I fiori di Montmartre è una lettura altamente consigliata.

Breve approfondimento sulla protagonista

Suzanne Valadon (1865-1938) fu una figura emblematica della Parigi bohémienne di fine Ottocento, un'artista libera e anticonformista che sfidò le convenzioni sociali e artistiche del suo tempo. Nata Marie-Clémentine Valadon in una famiglia umile, crebbe nella miseria e iniziò a lavorare giovanissima come sarta, acrobata e modella per pittori famosi, tra cui Puvis de Chavannes, Renoir e Toulouse-Lautrec. Questi ambienti la introdussero al mondo dell'arte, e non tardò a farsi strada come pittrice di talento, nonostante i pregiudizi contro le donne artiste. Nella vivace Montmartre, tra mulini a vento, caffè affollati e un clima carico di creatività e trasgressione, Suzanne non fu solo musa di grandi maestri, ma anche una rivoluzionaria del pennello. Degas, che riconobbe subito il suo genio, divenne un mentore fondamentale. Il suo stile, caratterizzato da tratti audaci e una profondità emotiva straordinaria, la rese un'osservatrice unica della vita quotidiana e delle relazioni umane. La vita privata di Suzanne fu altrettanto intensa: madre giovanissima di Maurice Utrillo, ebbe una relazione conflittuale con il figlio, segnato dall'alcolismo e da un'esistenza tormentata, ma destinato a diventare uno dei maggiori pittori della scuola di Montmartre. Suzanne intrecciò amori con uomini di diverse età e status, mantenendo sempre la sua indipendenza e il suo spirito ribelle. Il racconto del suo funerale, immaginato come un momento d'incontro tra gli artisti, i poeti e gli amanti che animarono la sua esistenza, simboleggia l'eredità di una donna che visse e creò contro ogni aspettativa. Le passioni di Suzanne e Maurice, le loro dipendenze e i loro tormenti si intrecciano in una narrazione che celebra non solo la loro arte, ma anche la loro complessa umanità. Il misterioso mazzo di nontiscordardimé lasciato ogni lunedì sulla sua tomba evoca il segno indelebile che Suzanne Valadon lasciò nella vita di coloro che la conobbero e nella storia dell'arte, un monito silenzioso e commovente a non dimenticare mai il coraggio di una donna straordinaria.

domenica 1 dicembre 2024

Oggi vi parlo di "Sakuntala", uno spettacolo teatrale 'vissuto" lo scorso 9 novembre


Oggi vi parlo di "Sakuntala", uno spettacolo teatrale 'vissuto" lo scorso 9 novembre, presso il teatro Sala Fellini di Faenza. 

Il testo, originariamente scritto da Gennaro Francione, è stato riadattato dal regista e attore Antonio Demian Aprea, che ha tratto  ispirazione anche dal romanzo di Annalisa Fabbri, "Ero l'amante di Rodin. Vita vissuta di Camille Claudel"

"Sakuntala" è uno spettacolo teatrale diretto e interpretato da Demian Aprea e Ilaria Sartini, che esplora la vita tormentata di Camille Claudel, scultrice francese conosciuta per la sua relazione passionale con Auguste Rodin. Lo spettacolo  ha vinto il premio come miglior allestimento al Festival del Teatro Patologico di Roma nel 2024.

La rappresentazione si concentra sulla lotta di Camille per emergere come artista in un mondo dominato dagli uomini, la sua ribellione contro i ruoli imposti alle donne e la sua tragica fine, culminata nel suo internamento in manicomio. Lo spettacolo rivela la sua forza emotiva e la sua sofferenza, dando voce a una figura che nella sua epoca è stata messa a tacere dalla società patriarcale.

In Sakuntala, la forza del dramma risiede non solo nella scrittura ma anche nella performance dei suoi attori, che riescono a trasmettere un'intensità emotiva straordinaria. Ilaria Sartini, nel ruolo di Camille Claudel, dimostra una padronanza assoluta della sua parte, regalando una performance che oscilla tra la dolcezza e la disperazione. La sua Camille è una donna che lotta per il riconoscimento nel mondo dell'arte, ma che è anche costantemente oppressa dalla sua condizione di donna in una società patriarcale. La sua interpretazione è sottile, ricca di sfumature, che vanno dalla rabbia al dolore, ma anche alla speranza di trovare una voce propria nel mondo.

Demian Aprea, nel ruolo di Auguste Rodin, completa perfettamente il quadro. La sua interpretazione del celebre scultore è complessa, e riesce a trasmettere non solo il fascino che Rodin esercitava sugli altri, ma anche i suoi dubbi, le sue incertezze e la lotta interiore tra l'amore per Camille e la sua ambizione artistica. La chimica tra i due protagonisti è palpabile, con il conflitto tra loro che emerge in ogni scena, come una tensione che non si risolve mai completamente, ma che si trasforma in una potente riflessione sull'amore e sull'arte.

La regia di Aprea e Sartini sfrutta l'intimità del palco per creare un'esperienza emotiva che coinvolge profondamente il pubblico. La scenografia essenziale permette agli attori di dominare la scena, mentre i pupazzi e le sculture diventano elementi simbolici che accentuano la tematica del sacrificio artistico e della solitudine. La musica dal vivo, eseguita da Aprea al violino, aggiunge un ulteriore strato emotivo, facendo da contrappunto alle emozioni espresse dai personaggi e accompagnando lo spettatore in un viaggio emotivo che è tanto personale quanto universale.

In questo contesto, Sakuntala non è solo un racconto sulla vita di Camille Claudel, ma diventa una riflessione profonda sulla passione, sull'arte e sul destino delle donne che sfidano le convenzioni del loro tempo. Ogni attore contribuisce a rendere il tutto vibrante e pieno di vita, facendo di questo spettacolo un'esperienza teatrale che coinvolge e lascia il segno.


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