giovedì 17 dicembre 2015

Recensiamo




Serena è una giovane infermiera del reparto di terapia intensiva e ha l'abitudine di parlare con i pazienti in stato di incoscienza. In una notte maledetta Pietro, un ragazzo appartenente all'alta società che conduce una vita sregolata, viene ricoverato nel reparto di Serena in seguito a un grave incidente stradale. Attratta dal giovane in coma, la ragazza inizia a parlargli di sé e Pietro finalmente si sveglia. Pietro sembra ricordare le confidenze di Serena e tra i due si instaura un legame particolare, nonostante le differenze sociali facciano sentire il loro peso. Può un amore superare ogni barriera ed essere talmente forte da sconfiggere ogni ostacolo? Quanto si è disposti a mettersi in gioco per inseguire un sentimento appena nato? 

Se c'è un'autrice capace di scrivere belle favole, quella è sicuramente Emily Pigozzi. "L'angelo del risveglio" è un racconto lungo che ha tutto il sapore delle favole di una volta. C'è la giovane e dolce infermiera, povera e innamorata del proprio lavoro, e, naturalmente, c'è il bel principe azzurro che, però, è un principe moderno con i suoi difetti e i suoi peccati. Poi, soprattutto, c'è una bella storia d'amore fra due giovani che scoprono di amarsi al di là delle vite che conducono. Serena abita in un rione popolare e fatica non poco per arrivare a fine mese, mentre Pietro è bello, ricco e "dannato". Potranno, due ragazzi così diversi, trovare una strada da percorrere insieme? 

Lo stile è semplice e diretto, ma non per questo non gradevole o accattivante e la lettura scorre piacevole e delicata, senza mai annoiare. La storia, fra le altre cose, tratta anche tematiche importanti: la malattia, il dolore, l'indifferenza e il tormento. Per essere un racconto breve, "L'angelo del risveglio"  cattura con decisione l'attenzione del lettore , che riesce anche ad emozionarsi davanti all'ingenuità di Serena e al suo grande cuore.





Emily Pigozzi scrive fin da bambina, e ha pubblicato alcune raccolte poetiche, tra cui la silloge "Amore e oro" (Bonaccorso editore, 2008) esordendo poi in narrativa nel 2014 con il romanzo "Un qualunque respiro" (Butterfly Edizioni). Per diversi anni ha lavorato come attrice, prendendo parte a cortometraggi e film e partecipando a tournée che hanno toccato i maggiori teatri d'Italia. Vive a Mantova con il marito e i due figli, un maschio e una femmina. Ama la notte, i dolci, i libri, la musica e l'arte, adora perdersi nei suoi pensieri, chiacchierare e sentir raccontare storie di vita.

lunedì 30 novembre 2015


Giovanna Barbieri


Dopo il successo ottenuto con La stratega. Anno Domini 1164, Giovanna Barbieri pubblica il secondo romanzo: “Cangrande, paladino dei Ghibellini” , acquistabile sul sito della Arpeggio Libero Editore attraverso questo link:
L’autrice torna nei territori veronesi agli inizi del Trecento e di seguito vi offriamo la possibilità di leggere un estratto del  prologo:
Anno Domini 1302
L’esilio dalla sua città natale aveva molto provato messer Dante Alighieri. Non si era aspettato di essere condannato a morte sul rogo. Inoltre gli era stato decretato il confino per baratteria, cioè l’accusa di aver tratto benefici personali dalle sue cariche pubbliche. Era stata la fine della sua carriera politica e l’inizio, come per molti altri Bianchi di prestigio, della paura di subire violenze di ogni tipo. Per di più il suo amor proprio era umiliato dalla necessità di dover dipendere dagli umori dei protettori che gli concedevano asilo.
Nei primi mesi del 1302 si era rifugiato a Gargonza e a San Godenzo del Mugello, fra Toscana e Romagna. Quella mattina stava partecipando all’incontro di Gargonza insieme ad altri fuoriusciti Bianchi, desiderosi di organizzare una prova di forza contro i guelfi Neri di Firenze.
«Messer Dante, vi abbiamo scelto come cancelliere nel Consiglio dei dodici. Avete esperienza politica e una capacità di vergare epistole in latino senza eguali» disse Lapo degli Uberti. «Accettate?»
«Messer Dante, vi abbiamo scelto come cancelliere nel Consiglio dei dodici. Avete esperienza politica e una capacità di vergare epistole in latino senza eguali» disse Lapo degli Uberti. «Accettate?»
Dante lo squadrò irritato nonostante il complimento. Si era scontrato con il nobile dieci anni prima, durante la battaglia nella piana di Campaldino.
Represse il suo stato d’animo e disse: «Accetto» Anche perché lo avrebbero pagato e gli servivano fiorini per vivere.

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Tra il 1312 e il 1314 la guerra contro la guelfa Padova diventa più cruenta. In città entra il poeta Dante Alighieri a cui il signore di Verona concede riparo. Il rimatore decide di terminare “il Paradiso” nella Biblioteca Capitolare e di cercare i figli Pietro e Iacopo. Le vicende di Dante e di Cangrande s' intrecciano con il casato Aligari di Fumane, dove sono reclutati i cavalieri, senza terra e ricchezza, Paolo e Julien de Grenier, d'origine franca. Il cavalier Julien conduce una faida contro una famiglia di orfani d'origine ebraica. Paolo e Caterina, la maggiore dei ragazzi perseguitati, s'incontrano per caso nel bosco Belo e s'innamorano a prima vista. La loro relazione però è osteggiata dal padre di lui. Giovanna Barbieri stupisce, ancora una volta, per il modo in cui riesce a descrive un’epoca che, evidentemente, deve amare molto e deve conoscere alla perfezione, perché attraverso le sue parole riesce  a raccontare i fatti in maniera attinente alla realtà, con dovizia di particolari e con uno sguardo sempre attento, mirato a ricostruire l’atmosfera cruda e crudele di quel periodo. Grazie all’autrice scopriamo il lato intimo e privato di Cangrande e anche quello del poeta Dante Alighieri, che si inserisce, all’interno della storia narrata, quasi “timidamente”. In questo secondo romanzo Giovanna Barbieri  riesce a intrecciare la fantasia con la realtà in maniera fluida e convincente, senza dare, al lettore, la sensazione di leggere qualcosa di “sbagliato” o “irreale” , rappresentando un medioevo convincente e  veritiero, anche nelle sue accezioni negative. Lo stile non ha sbavature inutili; la prosa è scorrevole e di facile lettura, e il lettore appassionato del romanzo storico non potrà non apprezzare “Cangrande, paladino dei ghibellini.”

giovedì 26 novembre 2015

VI CONSIGLIAMO


GIOVANNA BARBIERI
CANGRANDE PALADINO DEI GHIBELLINI




http://www.arpeggiolibero.com/lista-categorie/romanzo-storico/cangrande-paladino-dei-ghibellini.html € 14,60

Tra il 1312 e il 1314 la guerra contro la guelfa Padova diventa più cruenta. In città entra il poeta Dante Alighieri a cui il signore di Verona concede riparo. Il rimatore decide di terminare “il Paradiso” nella Biblioteca Capitolare e di cercare i figli Pietro e Iacopo. Le vicende di Dante e di Cangrande s' intrecciano con il casato Aligari di Fumane, dove sono reclutati i cavalieri, senza terra e ricchezza, Paolo e Julien de Grenier, d'origine franca. Il cavalier Julien conduce una faida contro una famiglia di orfani d'origine ebraica. Paolo e Caterina, la maggiore dei ragazzi perseguitati, s'incontrano per caso nel bosco Belo e s'innamorano a prima vista. La loro relazione però è osteggiata dal padre di lui.

Giovanna Barbieri
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Giovanna Barbieri nasce a Verona il 15/01/1974 e risiede ad Arbizzano di Valpolicella, comune di Negrar, Verona. Dal 2001 lavora come contabile e impiegata amministrativa.
Appassionata da anni di Medioevo, alto e basso, nel 2013 apre un blog a tema medievale, dove posta numerosi articoli riguardanti la vita del periodo; racconti; recensioni di libri e film e altro ancora.  http://ilmondodigiovanna.wordpress.com/
Nel 2014 pubblica come indipendente il suo primo romanzo surreale-storico “La stratega, anno domini 1164.”
Nel 2015 pubblica sempre come indipendente una racconta di racconti gratuiti a tema medievale “Amor e Patimento”
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lunedì 16 novembre 2015

RECENSIAMO


LINDA BERTASI


Sinossi
ROMANZO BREVE (99 pagine) - ROMANCE - Nell'Inghilterra di Enrico VIII una storia di seduzione e inganno, di passione e omertà, dove niente è come sembra. Una serva divisa tra un duca e un ricco avvocato, tormentata da incubi inspiegabili e da un desiderio proibito.

Essex 1522. Jane Rivers ha solo sedici anni quando incontra Charles Brandon, il duca di Suffolk. Una tempesta fortuita li costringerà a ripararsi in un capanno tra i boschi e la passione li travolgerà. Ma Jane è una serva e Charles un duca, non c'è spazio per l'amore. I genitori della ragazza, per nascondere l'onta, la costringeranno a un matrimonio riparatore con il promettente avvocato e amico di famiglia Richard Howard. Per Jane una nuova vita si profila all'orizzonte e una tenuta opulenta in cui trascorrerla. Ma cosa nasconde questa villa e perché un gentiluomo dovrebbe scegliere di dare scandalo e sposare una contadina? Cosa si cela dietro gli incubi che da anni tormentano Jane e che riaffioreranno non appena varcata la soglia di Manor House? Nell'Inghilterra di Enrico VIII tra seduzioni e inganni, una storia di passione e omertà che affonda le sue radici nel silenzio.
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Se avevo apprezzato la penna di Linda Bertasi, leggendo “Il profumo del Sud”, divorando “Il silenzio del peccato”, ho decisamente ammirato la capacità che ha questa scrittrice di mescolare la storia e la fantasia, riuscendo a rappresentare atmosfere vive e reali, anche se il periodo storico nel quale  ha ambientato il suo racconto breve non è, certo, uno dei più semplici.
Che l’autrice sia un’appassionata dell’epoca Tudor si capisce dalla facilità con la quale riporta quasi un ventennio di storia in meno di cento pagine, facendo sì che il romanzo diventi anche un affresco storico ineccepibile e accattivante e non solo il racconto di una storia d’amore e passione.
Janine, la giovane protagonista, si trova a dover interagire con dei personaggi che, per la loro importanza e il loro spessore, potrebbero farla diventare una semplice comparsa. Enrico VIII, Anna Bolena, Caterina d’Aragona e lo stesso Charles Brandon, intimo amico del re, avrebbero potuto mettere in ombra la sua figura ma Linda Bertasi, scrivendo la storia della giovane contadina che, in un giorno di pioggia incontra l’uomo che le cambierà la vita per sempre, non è caduta in questo errore e ha fatto sì che anche lei diventasse parte integrante degli avvenimenti del tempo .
L’autrice racconta la vicenda di Janine e lei, a sua volta, ci racconta la storia di un re e delle sue regine, degli intrighi di corte e dei giochi politici del tempo.  Riga dopo riga, impareremo anche  ad apprezzare Richard Howard; uomo che sembra silente e poco importante, ma che, come tutte le persone silenziose e profonde, ci riserverà una sorpresa finale, che lo renderà il “vero” protagonista maschile della storia.  
Linda Bertasi mescola gli ingredienti con equilibrio e delicatezza, senza mai eccedere, soprattutto quando descrive gli incontri appassionati fra i protagonisti, e lo fa sempre con un linguaggio appropriato e con dialoghi che convincono e coinvolgono il lettore.
Naturalmente l’autrice non ci risparmia il colpo di scena finale, che ci fa presagire di tanto in tanto e che, nelle ultime pagine del romanzo darà una svolta importante alla vita di Janine, ma soprattutto la darà ai suoi sentimenti.
Una lettura piacevole, interessante e piena di sfumature, capace di catturare l’attenzione del lettore fino a quando non  giunge alla parola “fine”.
Un’autrice che promette bene e che potrebbe, anzi dovrebbe, scrivere qualcosa di molto più articolato sui Tudor e sulle vicende di quel periodo storico che, personalmente, adoro. Brava Linda!

giovedì 29 ottobre 2015

RECENSIAMO

ANTON francesco Milicia



CONTRADA DELLE CASE VECCHIE


Lo chiamano il Fabbro… e tiene sotto scacco Contrada delle Case Vecchie, un pezzo dimenticato di Calabria Ultra dove lo Stato e la Mafia si rincorrono nelle pieghe della zona grigio cenere. Il Maresciallo Pasquale gli dà la caccia ormai da due anni, e da poco tempo lo fa sotto la direzione di un Procuratore Aggiunto dalla mente brillante e dalle intuizioni felici, fatto venire apposta da Roma. Il Fabbro vive a metà tra la normalità di uno qualunque ed un delirio lucido in cui passando da larva a farfalla diventa qualcuno. Compie le sue azioni delittuose con sadico distacco, cattura le sue vittime senza ucciderle, per lasciarle immobilizzate come fantocci in luoghi sperduti nei boschi dell’ Aspromonte e delle Serre calabresi, dopo averle trasformate in “creature”: cibo vivo per le sue “gladiatrici”. Nel suo delirio farcito di ricordi dolorosi, citazioni colte, musica rock, richiami al latino ed all’Impero romano, il Fabbro descrive la sua “poetica del disfacimento” e la sua missione, costringendo chi gli dà la caccia ad immergersi nel suo mondo per risolvere i suoi enigmi. Come un treno senza controllo la storia sfreccia vertiginosamente, diretta verso un finale carico di orrore suggestivo, denso di allegorie dantesche e riferimenti gotici, con tanto di fantasma.

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Ho letto “Contrada Delle Case Vecchie” di Anton francesco Milicia, facendo finta di non conoscere l’autore e di amare il genere horror, che, in realtà, non leggo quasi mai. Se mi fossi approcciata alla lettura con pregiudizio, forse non  sarei riuscita a cogliere la grandiosità della penna di Anton, che, lo ammetto, mi ha stupita e rapita, come solo il Fabbro poteva fare.
Da “lettrice compulsiva”, mi sono ritrovata ad essere “lettrice parsimoniosa” e a centellinare ogni singola pagina che mi separava dal finale di Contrada, perché, essendo stata risucchiata nel vortice psicotico del Fabbro e nelle sue ossessioni, incredibilmente mi sono anche ritrovata a fare il tifo per lui, pur avendo amato, in maniera quasi vergognosa, il Maresciallo Pasquale , uomo “sostanzioso” ( in tutti i sensi), che incarna perfettamente l’idea che abbiamo dell’uomo giusto e onesto, tutore della Legge.
Anton francesco Milicia non ha nulla da invidiare ai migliori scrittori di oltremare, ma, anzi, se ne distanzia notevolmente, con il suo stile accurato e graffiante, soprattutto perché non ha “copiato” nessuno, decidendo di ambientare una storia così forte e violenta, pur nella sua fragile delicatezza, e, chi leggerà il suo romanzo, non potrà non darmene atto, in una Calabria descritta in maniera sublime, ma senza pietismo o sentimentalismo.
I colpi di scena si susseguono, in un continuo crescendo e, quello che il lettore crede di aver scoperto, risulterà sempre differente  da quella che è la realtà del Fabbro, che si prende gioco di tutti, compreso chi legge le sue vicende, pagina dopo pagina, fino al momento in cui verrà scritta la parola “fine”.
Mentre  proseguivo nella lettura mi sono resa conto che scrivere un romanzo simile sarebbe un’impresa titanica per chi, come me, non ha conoscenze approfondite in campo musicale, architettonico o cinematografico. Anton francesco Milicia è un pozzo di conoscenza e la sua “sapienza” viene riversata abilmente fra le righe, ma, sempre, in maniera consona ed emozionante.
Dopo le prime pagine mi sono ritrovata ad ascoltare i brani da lui citati e ad apprezzare ancora di più le sue parole, vivendo, in un certo senso, un’esperienza che, spesso, mi ha tolto il respiro e mi ha fatto accapponare la pelle, inchiodandomi sul  divano per ore.
Il romanzo di Anton francesco Milicia deve essere letto in questo modo: con la musica in sottofondo, con la figura del fabbro sempre accanto e con la consapevolezza che il “mostro”, pur nella sua violenta e spietata follia,  non è  altro che un uomo fragile, incapace di difendere la sua mente malata in modo diverso, se non  “sperimentando” sulle sue vittime la potenza delle sue ossessioni.
Credo che autori così “completi” meriterebbero di avere un successo notevole e sono convinta che Anton francesco Milicia, passo dopo passo, riuscirà a farsi conoscere al grande pubblico, perché lo merita veramente.

Dunque, mi inchino di fronte alla sua “penna magica” e mi riprometto di leggere tutto quello che, questo bravo autore, ha scritto nel passato e scriverà nel futuro, auspicando, vivamente, di poter tornare  a leggere una nuova storia del Fabbro.

venerdì 16 ottobre 2015

RECENSIAMO





Tiffany è una bella trentenne, giornalista, che vive a Bologna. Un giorno riceve sul suo smartphone un inquietante messaggio, accompagnato da una sua foto,  che la ritrae di spalle, nuda. Si tratta di lei, senza alcun dubbio, è riconoscibile da un tatuaggio, un’iris, alla base della schiena. Ma chi le ha scattato quella  foto? Non sarà quello l’unico messaggio del genere e la ragazza, dapprima inquieta, poi sempre più curiosa di conoscere l’identità del misterioso stalker, si metterà a indagare per risalire all’autore di quelle foto che la fanno sembrare così bella, così sensuale… Inizia così il romanzo erotico scritto da Roberta Andres, scrittrice abruzzese ( abita a Pescara), che, con questo lavoro dimostra di essere un’abile narratrice e anche un’esperta tessitrice di storie che hanno il sapore di “mistero” e che poi si rivelano piene d’amore, appena accennato, ma narrato in maniera magistrale.
Il romanzo di Roberta Andres inizia in questo modo

Tiffany usciva frettolosamente dalla redazione del quotidiano in cui lavorava da quattro anni, le braccia ingombre di pacchetti e di buste di varie dimensioni, la borsa del computer a tracolla: era andata a fare shopping nella pausa pranzo, in vista del prossimo matrimonio del padre. Era il tramonto; di solito non finiva mai di lavorare così presto, ma quella sera era riuscita a chiudere gli articoli prima del solito e già pregustava una serata in solitario relax a casa coi gatti, stesa sul divano davanti alla televisione in compagnia di una pizza da asporto, una porzione di patatine fritte e una panna cotta ai frutti di bosco.
Quando il telefono vibrò nella tasca si confuse un momento rischiando di inciampare, cercò di liberare una mano dai pacchetti per prenderlo e controllare chi fosse, poi imprecò tra i denti dandosi dell’imbecille, per la sua mania di essere sempre reperibile e disponibile per tutto e tutti, che le causava attacchi d’ansia quelle rare volte che non riusciva a esserlo! Respirando profondamente decise di aspettare almeno di essere in automobile, seduta comodamente, prima di leggere il messaggio che era arrivato, anche perché sarebbe stato quasi impossibile farlo, a meno di sedersi sui gradini del palazzo e spargere la quantità di oggetti che aveva in mano per terra intorno a sé, rischiando di far inciampare i colleghi che uscivano e dando un ben strano spettacolo ai passanti!
Era tipico del carattere di Tiffany correre alla velocità del mondo che le turbinava intorno, inseguirlo senza mai riuscire a imporre un tempo suo proprio e a “staccare”, assecondando le proprie esigenze e i propri ritmi. Forse proprio per questa sua maledetta tendenza era finita a lavorare nella redazione di un quotidiano, dove i tempi di lavoro erano velocissimi, la vita privata veniva messa da tutti in secondo piano e si correva all’impazzata, inseguendo l’ultima notizia, il titolo, l’informazione necessaria a chiudere la pagina. Lei lavorava alla Cultura, dove gli eventi erano per lo più programmati e routinari, il lavoro più riflessivo di quanto non avvenisse per la Cronaca, ma comunque viveva molte ore della sua giornata, da anni, in un ambiente in cui fare le cose con calma era considerato impensabile e anche un po’ colpevole!
Rimuginando si diresse verso l’automobile parcheggiata poco lontano, sforzandosi di non accelerare i passi sul selciato; era una sfida con se stessa, una di quelle che si imponeva almeno una volta al giorno da quando aveva capito quanto questa sua caratteristica la facesse soffrire e non servisse a nulla se non a diventare succube di tanti che, incontrati lungo il cammino, ne avevano approfittato.
Dopo aver frugato nella borsa in cerca delle chiavi della macchina, per una manciata di secondi che le sembrarono lunghissimi, mentre il telefono continuava a “cinguettare” una volta al minuto, riuscì a trovare le chiavi, aprì lo sportello e piombò sul sedile, lanciando pacchi, pacchetti e buste su quello laterale. Finalmente!
Rimestò nella tasca del giaccone e tirò fuori lo smartphone che lampeggiava: messaggio, numero sconosciuto!
Una frazione di secondi per leggerne il testo: www.****.it. Niente altro, sullo schermo, che un indirizzo del web. Incuriosita cercò subito di connettersi ma, accidenti!, era senza credito e il wireless della redazione era troppo lontano. Per un attimo le balenò l’idea di tornare in ufficio, ma poi riflettendo tirò nuovamente un lungo respiro e si disse ad alta voce, col tono di chi impartisce una lezione:
“Ho finito la mia giornata di lavoro, sto tornando a casa, non c’è niente di così urgente che debba farmi cambiare programma!”

Così conosciamo Tiffany e, pagina dopo pagina ci immergiamo in una storia che sa di giallo, di suspence, di intrigo e, quasi senza accorgercene, veniamo catapultati in un’atmosfera “finemente erotica”, che non sfocia mai nel volgare o nello scontato. Tiffany ci accompagna lungo le strade di Bologna, alla ricerca della persona che le ha scattato, chissà quando, delle foto bellissime, sensuali, passionali. La sua curiosità diventa la nostra curiosità e, fino alla fine, ci chiediamo, così come fa lei, chi è stato a scattarle quelle foto e quando lo ha fatto. Ce lo chiederemo fino alla conclusione del racconto che, chissà perché, dà l’impressione che non si concluda sul serio con l’ultima parola scritta. Ci sarà un seguito? Noi lo speriamo.   











martedì 6 ottobre 2015


LE FOTO DI TIFFANY


Autore: Roberta Andres
Formato: Epub, Kindle

  • Lunghezza stampa: 89
  • Editore: Edizioni Esordienti E-book (12 settembre 2015)
Costo ebook € 4,99

Acquistabile sul sito dell'Editore, su Amazon e su tutti gli store online

SINOSSI

Tiffany è una bella trentenne, giornalista, che vive a Bologna. Un giorno riceve sul suo smartphone un inquietante messaggio, accompagnato da una sua foto, che la ritrae di spalle, nuda. Si tratta di lei, senza alcun dubbio, è riconoscibile da un tatuaggio, un’iris, alla base della schiena. Ma chi le ha scattato quella foto? Non sarà quello l’unico messaggio del genere e la ragazza, dapprima inquieta, poi sempre più curiosa di conoscere l’identità del misterioso stalker, si metterà a indagare per risalire all’autore di quelle foto che la fanno sembrare così bella, così sensuale…

Il ritmo di un thriller, la leggerezza di una storia d'amore.


Dal sito dell'editore www.edizioniesordienti.com 

INCIPIT

Tiffany usciva frettolosamente dalla redazione del quotidiano in cui lavorava da quattro anni, le braccia ingombre di pacchetti e di buste di varie dimensioni, la borsa del computer a tracolla: era andata a fare shopping nella pausa pranzo, in vista del prossimo matrimonio del padre. Era il tramonto; di solito non finiva mai di lavorare così presto, ma quella sera era riuscita a chiudere gli articoli prima del solito e già pregustava una serata in solitario relax a casa coi gatti, stesa sul divano davanti alla televisione in compagnia di una pizza da asporto, una porzione di patatine fritte e una panna cotta ai frutti di bosco.
Quando il telefono vibrò nella tasca si confuse un momento rischiando di inciampare, cercò di liberare una mano dai pacchetti per prenderlo e controllare chi fosse, poi imprecò tra i denti dandosi dell’imbecille, per la sua mania di essere sempre reperibile e disponibile per tutto e tutti, che le causava attacchi d’ansia quelle rare volte che non riusciva a esserlo! Respirando profondamente decise di aspettare almeno di essere in automobile, seduta comodamente, prima di leggere il messaggio che era arrivato, anche perché sarebbe stato quasi impossibile farlo, a meno di sedersi sui gradini del palazzo e spargere la quantità di oggetti che aveva in mano per terra intorno a sé, rischiando di far inciampare i colleghi che uscivano e dando un ben strano spettacolo ai passanti!
Era tipico del carattere di Tiffany correre alla velocità del mondo che le turbinava intorno, inseguirlo senza mai riuscire a imporre un tempo suo proprio e a “staccare”, assecondando le proprie esigenze e i propri ritmi. Forse proprio per questa sua maledetta tendenza era finita a lavorare nella redazione di un quotidiano, dove i tempi di lavoro erano velocissimi, la vita privata veniva messa da tutti in secondo piano e si correva all’impazzata, inseguendo l’ultima notizia, il titolo, l’informazione necessaria a chiudere la pagina. Lei lavorava alla Cultura, dove gli eventi erano per lo più programmati e routinari, il lavoro più riflessivo di quanto non avvenisse per la Cronaca, ma comunque viveva molte ore della sua giornata, da anni, in un ambiente in cui fare le cose con calma era considerato impensabile e anche un po’ colpevole!
Rimuginando si diresse verso l’automobile parcheggiata poco lontano, sforzandosi di non accelerare i passi sul selciato; era una sfida con se stessa, una di quelle che si imponeva almeno una volta al giorno da quando aveva capito quanto questa sua caratteristica la facesse soffrire e non servisse a nulla se non a diventare succube di tanti che, incontrati lungo il cammino, ne avevano approfittato.
Dopo aver frugato nella borsa in cerca delle chiavi della macchina, per una manciata di secondi che le sembrarono lunghissimi, mentre il telefono continuava a “cinguettare” una volta al minuto, riuscì a trovare le chiavi, aprì lo sportello e piombò sul sedile, lanciando pacchi, pacchetti e buste su quello laterale. Finalmente!
Rimestò nella tasca del giaccone e tirò fuori lo smartphone che lampeggiava: messaggio, numero sconosciuto!
Una frazione di secondi per leggerne il testo: www.****.it. Niente altro, sullo schermo, che un indirizzo del web. Incuriosita cercò subito di connettersi ma, accidenti!, era senza credito e il wireless della redazione era troppo lontano. Per un attimo le balenò l’idea di tornare in ufficio, ma poi riflettendo tirò nuovamente un lungo respiro e si disse ad alta voce, col tono di chi impartisce una lezione: “Ho finito la mia giornata di lavoro, sto tornando a casa, non c’è niente di così urgente che debba farmi cambiare programma!”

VI CONSIGLIAMO


LA COLLINA DEI GIRASOLI



Autore: Lorena Marcelli
Formato: Epub, Kindle
  • Editore: Edizioni Esordienti E-book (12 settembre 2015)
  • Lunghezza stampa: 154
  • Costo ebook € 4,99
Acquistabile sul sito dell'Editore, su Amazon e su tutti gli store online
SINOSSI

Topazio, Perla, Giada e Ambra sono quattro sorelle, figlie di un orafo famoso, ma l’unica cosa che le accomuna davvero è di avere il nome di una pietra preziosa, perché sono molto diverse tra loro, e non si sopportano a vicenda; il padre muore prematuramente in un incidente e la madre, Luisa, una donna immorale e superficiale, è incapace di dare loro l’affetto di cui hanno bisogno. Le due sorelle maggiori diventano delle donne insicure, sentimentalmente fragili e insoddisfatte, mentre Giada e, in particolare, Ambra, più sensibili, conosceranno l’affetto materno della zia Elia, che vive in campagna e che accoglierà soprattutto Ambra ogni estate. In questo contesto sano e affettuoso la ragazza ritrova se stessa, decide cosa voler fare e conoscerà anche l’amore della sua vita. Un romanzo delicato e profondo, sulle relazioni famigliari e sui sentimenti, sullo sfondo della campagna abruzzese.

Dal sito dell'editore www.edizioniesordienti.com 

INCIPIT

Appena superò la curva, si trovò davanti al paesaggio che, in tutti quegli anni, non era riuscita a dimenticare. Aveva deciso di tornare nella sua terra d’estate, in giugno. Voleva rivedere i magnifici colori dei girasoli, del grano, dei papaveri proprio in quel periodo dell’anno, quando la collina era nel pieno del suo fulgore. Scalò le marce e avanzò lentamente, cercando di ricordare dove fosse quella piccola rientranza, adatta per parcheggiare. La trovò senza fatica, come se, negli anni, non avesse mai smesso di percorrere quelle strette e polverose strade di campagna che, da piccola, avrebbe ritrovato anche a occhi chiusi, seguendo il frinire delle cicale e il profumo delle ciliegie. Era a casa, nella sua terra, nel posto in cui il suo cuore aveva sempre trovato rifugio, pace. Finalmente.




Rallentò, portando il motore al minimo, prima di fermarsi sul ciglio della strada sterrata. Spense il motore e aprì il finestrino dell’auto, che aveva preso a noleggio a Roma, appena scesa dall’aereo. Il sole era alto nel cielo e il frinire delle cicale era incessante, assordante quasi. Tutto intorno l’aria era immobile, in attesa. Sembrava che la campagna la stesse aspettando e che si fosse messa il vestito buono, quello dei giorni di festa, che sua nonna le faceva indossare solo di domenica, per andare in chiesa. Tutto era come allora, o quasi. Tese la mano sottile e pallida verso la capiente borsa da viaggio e tirò fuori la reflex, poi aprì lo sportello dell’auto. Il calore era quasi insopportabile; erano anni che non sentiva quel sole sulla pelle e le piaceva riscoprire sensazioni sopite, accantonate in un angolo della memoria, ma mai dimenticate. Mentre cercava la prospettiva migliore per scattare le foto che voleva pubblicare sulla sua pagina personale, si soffermò a guardare il paesaggio nella sua completezza e fu assalita da un’emozione fortissima. Ebbe un capogiro e lasciò la reflex sul tettuccio dell’auto. Sentiva il profumo del grano maturo, dei girasoli, alti più di lei, dei papaveri, della terra umida, irrigata durante le ore notturne dai contadini che non smettevano mai di lavorare, nemmeno nel giorno in cui Dio stesso si riposò. Si allontanò dall’auto e raggiunse il campo di grano che, di lì a poco, sarebbe stato mietuto, lasciando il posto a distese dorate. I papaveri erano nel pieno della fioritura e oscillavano delicatamente, ballando sotto la spinta della leggera brezza pomeridiana. Ne toccò uno, accarezzando lievemente e pensando ai giorni in cui, con Fabio, il suo amico del cuore, si rotolava in quei campi. Voleva raccogliere tantissimi fiori e farne un mazzo enorme. Voleva prendere il papavero più grande e togliere tutti i petali macchiandosi le dita, proprio come quando era bambina. Avrebbe strappato gli stami neri e sarebbe rimasta solo con il grosso pistillo, a forma di stella; si sarebbe di nuovo fatta i timbri sulle mani, sulla fronte. Si sarebbe riempita di timbri.

Si fermò in mezzo al campo e si guardò intorno con molta calma. Si sentiva bene come non le capitava da tempo, ormai. Ai suoi piedi sentì un rumore, poi un fruscio veloce. Una grossa lucertola si allontanò, facendola sobbalzare per lo spavento. Rivide se stessa a dieci anni e come allora ripercorse la strada sterrata. Le scarpe si riempirono di polvere in un attimo. La polvere s’insinuò tra le dita dei piedi e lei sorrise, pensando che anche un tempo i suoi piedi erano costantemente impolverati. Con il mazzo di papaveri fra le braccia s’inerpicò lungo la stradina, continuando a camminare lentamente, lasciando che il sole le inondasse il viso e che i profumi della campagna le riempissero il naso, mentre gli occhi chiari si abituavano a quella luce, quasi accecante.

Aveva recuperato la reflex e ogni tanto si fermava e scattava una foto. Sapeva che le immagini digitali non avrebbero mai potuto eguagliare le immagini impresse nella sua mente, nel suo cuore. Oltre i rumori della natura, nessun altro si udiva nell’aria. I girasoli si muovevano lentamente, spinti da una leggera brezza, appena percettibile. Da quelle parti ci si andava solo se si dovevano svolgere lavori nei campi. Nessuno sarebbe andato lì per caso. Bisognava conoscere la strada e prima di arrivare c’erano tante deviazioni da fare. Era impossibile non perdersi, se non ci si era mai stati prima, in compagnia di qualcuno della zona. Poco dopo, con il cuore che le batteva furioso nel petto, raggiunse la casa. Per lei quella sarebbe stata sempre la sua casa, anche se ora era un rudere. Se la guardava, tenendosi sul lato in cui si era fermata, le appariva ancora perfetta: solo un po’ annerita dall’umidità e dal disuso. Una volta in quel luogo c’era vita, c’era allegria, c’era amore. C’erano i suoi nonni e c’era sua zia, la zitella che tutti chiamavano “la matta”solo perché aveva rifiutato di sposare un ricco uomo della zona: vedovo e brutto come la paura.

“Mi sposerò solo per amore” affermava con convinzione, ma l’appellativo che le avevano affibbiato in paese aveva distrutto i suoi sogni. Nessun giovanotto del luogo si era più avvicinato a lei e “la matta”aveva riversato tutto il suo amore sulla nipote più piccola. Mai più nessuno l’aveva amata come Elia. Dopo tanti anni ne sentiva ancora la mancanza e, ogni volta che pensava a lei, come in quel momento, i suoi occhi si riempivano di lacrime che sapevano di ricordi, di un dolore che non era mai passato e che, forse, non sarebbe mai passato sul serio.

La casa era invasa dai rovi e dalle sterpaglie. Una lunga crepa la percorreva sui lati rimasti ancora in piedi. Chissà per quanto ancora! Il tetto era in parte crollato e i piccioni svolazzavano fra i buchi che riusciva a intravedere dal punto in cui si era fermata per osservare ciò che ne rimaneva. La sua finestra c’era ancora. S’intravedeva sotto i rami della bougainvillea diventata enorme. Il recinto di legno, che una volta delimitava il cortile, era ormai ridotto a un ammasso di legno fradicio e le assi penzolavano precariamente, sfiorando il terreno invaso dalle erbacce. Una volta quel recinto era colorato e in ordine. Ogni anno era sistemato, sverniciato e dipinto di nuovo; il nonno le faceva scegliere sempre il colore che preferiva e passavano intere giornate a lavorare. Lei ciarliera e lui silenzioso, con il sigaro perennemente spento fra le labbra. La rimproverava perché s’imbrattava sempre con i pennelli, e, alla fine della giornata, la nonna la immergeva in una tinozza d’acqua calda e la lavava per bene, fino a quando la pelle non diventava rossa e lucida.

La vecchia e imponente quercia era sempre lì, custode della casa, custode di tanti segreti passati, ora custode del nulla, del vuoto, del silenzio. Sotto quella quercia, nascosta dall’enorme tronco, aveva baciato il figlio del calzolaio, aveva litigato con lui, aveva strappato le lettere d’amore che le scriveva. Non ricordava nemmeno il nome del ragazzo, ma lo scappellotto che le aveva dato il nonno le bruciava ancora in testa. Si sedette ai piedi dell’albero e lasciò che lo sguardo si allungasse oltre la collina, dietro la casa. Con le mani accarezzò la ruvida corteccia e raccolse un pugno di terra. Odorava la sua terra. Odorava di ricordi e di dolore, odorava di sudore. Faceva parte della sua vita. Era l’odore della sua vita. Il vigneto brillava al sole come uno smeraldo. Gli acini erano piccoli, acerbi, ma presto sarebbero diventati grandi, succosi, pronti da raccogliere. Quel vigneto era la sua passione, in autunno. Dalla finestra della sua camera passava ore a fotografare, a disegnare, a dipingere i meravigliosi colori che la natura regalava ai tralci, alle foglie, ai grappoli d’uva. Ora aveva un colore uniforme, reso più chiaro solo dai chicchi appena accennati. Più giù, in fondo alla collina, c’era il frutteto. Ciliegi, meli, limoni, fichi… il suo giardino segreto. Chissà se c’era ancora? Il suo capanno, le sue ortensie, le sue rose. La voglia di sapere e di rivedere il suo giardino la fece alzare di scatto. Imboccò l’antico viottolo e iniziò a correre, presa dalla smania di ritrovarsi in quei luoghi…

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martedì 15 settembre 2015

Le interviste


IRENE MILANI



Oggi il giardinodeigirasoli ha il piacere di farvi conoscere una nuova amica, e, prima di intervistarla le ha chiesto di parlare un po' di sé, per farsi conoscere meglio dai nostri lettori: 


Sono nata a Milano nel 1977 e lì mi sono diplomata al liceo Scientifico. In seguito ho studiato Conservazione dei Beni culturali presso l’ Università di Parma, conseguendo la laurea  con indirizzo archeologico. Dopo il matrimonio mi sono trasferita in provincia di Como dove abito tutt’ora. Sono un’insegnante di italiano alle scuole medie, una dei tanti famigerati precari di cui si parla nell’ultimo periodo, mamma di Mattia e Stella, di nove e tre anni. Ho iniziato a scrivere un po’ per sfida: essendo un’accanita lettrice spesso mi ritrovavo a criticare trama o personaggi, così mi sono detta: “Perché non ci provi anche tu?”. Così mi sono messa al computer e ho cominciato a buttar giù qualcosa, che pian piano ha iniziato a prendere forma. Il romanzo “Il Ritratto”, pubblicato con la casa editrice Lettere Animate, non è il mio primo lavoro ma quello che per primo mi ha invogliato a farlo leggere a qualcuno. La storia è nata nella mia testa un pomeriggio mentre camminavo con le cuffie nelle orecchie, proprio come la protagonista all’inizio del racconto: ho iniziato ad immaginare scene, dialoghi e situazioni che poi dovevo correre a scrivere al computer, quasi sotto dettatura.


Ciao Irene,  ci  hai già spiegato come è nata, in te, la voglia di scrivere, ma noi vogliamo sapere qualcosa in più : quanto tempo fa hai iniziato a farlo "veramente"?
Ho iniziato a scrivere tardi, circa dieci anni fa, ma sono da sempre un’accanita lettrice.


Hai mai frequentato corsi di scrittura? se sì, pensi che siano stati utili?
No, non ho mai frequentato corsi specifici quindi non saprei dare un giudizio; la mia scuola probabilmente sono stati tutti i libri letti che mi hanno aiutata a crearmi uno stile, a delineare i personaggi e le situazioni.

 Come descriveresti il tuo modo di scrivere?
Ritengo di avere uno stile semplice e chiaro, accessibile a tutti.

 Qual è il genere letterario che ti piace in particolar modo?
Amo i romanzi, in particolare quelli ambientati in epoche storiche passate.

 Cosa stai leggendo in questo momento?
Sto leggendo “Anime Eterne” di Lina Guidetti, un’autrice esordiente e “Addio alle armi” di Hemingway, uno in digitale, l’altro in cartaceo.

 Hai qualche progetto in cantiere? Qualche lavoro che verrà pubblicato a breve?
A breve sarà pubblicato il seguito de “Il ritratto” che attualmente è in valutazione.

Quale genere letterario non leggeresti mai?
Credo di non avere particolari pregiudizi: ho sempre letto molto e di tutto e solo raramente non ho portato a termine la lettura.

Quale romanzo non scriveresti mai?
Anche in questo caso non mi pongo limiti anche se ritengo di non essere in grado di scrivere fantasy o distopici.

Quanto, di te, si trova nelle tue storie? 
Tanto, sia di come sono che di come vorrei essere, il tutto mescolato a come (credo) che gli altri mi vedano.

Potresti vivere senza scrivere?
Purtroppo sì: per motivi familiari o di lavoro sono spesso costretta a mettere in pausa le mie attività di scrittrice.

 E senza leggere?
No, quello mai. Appena ho un minuto libero apro un libro o il reader…

Cosa consiglieresti ai giovani autori che si affacciano nel mondo dell'editoria?
Vedo che molti scelgono di pubblicare self: io personalmente preferisco avere alle spalle una Casa Editrice che, nel mio caso, aiuta e supporta i propri autori.

C'è una domanda alla quale avresti voluto rispondere e che non ti è stata fatta? Se sì, dicci quale e dacci la tua risposta.
Non mi è mai stato chiesto cosa provo a rileggere i romanzi che scrivo. Risponderei che mi immedesimo talmente tanto nella storia da dimenticarmi di averla scritta io: mi commuovo, rido, mi appassiono alle vicende e poi mi chiedo se davvero sono frutto del mio lavoro.

Grazie Irene e grazie per la tua disponibilità.

Grazie per l’ospitalità e buona lettura!

giovedì 10 settembre 2015

Le interviste


Roberta Andres 


Ilgiardinodeigirasoli oggi ospita una cara amica, che ha accettato il nostro invito , rispondendo alle tante domande che le abbiamo posto, dimostrando di essere davvero una persona "attenta" e "disponibile" come poche. 

Ciao, Roberta, ci parli un po' di te e della tua passione per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere?

R: Ho iniziato a scrivere prestissimo: mia madre conservava la mia prima commedia, scritta a sette-otto anni, e abbiamo riso tante volte sullingenuità di quelle righe! Ho sempre scritto: la scrittura è diventata prestissimo per me la forma di comunicazione più facile e diretta. Ancora adesso, quando devo comunicare qualcosa di importante, di intimo, a qualcuno a cui sono legata, mi viene spontaneo farlo per iscritto perché con questo canale riesco a essere più lucida, più sintetica e più  sincera di quanto invece riesca ad essere quando parlo, ambito in cui viene fuori la mia difficoltà a esternare le  emozioni. Intorno ai trenta anni ho cominciato a scrivere racconti e a pubblicarli … e così via, fino ad arrivare alla stesura di romanzi! Il tutto intervallato da una vita personale e professionale normale: matrimonio, due figli, l’insegnamento. In certi periodi ho  smesso di scrivere ma non sono stata affatto bene: scrivere è la mia naturale condizione, quando sono in equilibrio.

Hai mai frequentato corsi di scrittura? se sì, pensi che siano stati utili?

R: Ho frequentato molti anni fa un corso con Nadia Tarantini; poi un corso on line tenuto da una rivista letteraria. Sono stati  importanti per sbloccarmi da empasse momentanei che stavo vivendo, quelli a cui mi riferivo nella precedente risposta.


Come descriveresti il tuo modo di scrivere?

R:  Se mi chiedi del modo in cui vivo il processo della scrittura, ti dico soprattutto “visionario”, nel senso che “vedo” prima quello che poi racconto: a volte mi metto a scrivere mentre vedo, gli avvenimenti accadono e i personaggi parlano e io   non so (almeno a livello cosciente) cosa  succederà e cosa  diranno, quindi mi limito a trascrivere.
Se invece mi stai chiedendo come  descriverei i miei scritti, direi soprattutto “sintetici”: la sintesi è sempre stata la mia principale caratteristica,  per questo arrivare al romanzo ha richiesto un duro lavoro che è ancora in fieri.

Qual è il genere letterario che ti piace in particolar modo?

R:  Direi in generale la narrativa, con particolare riferimento al romanzo psicologico, allo storico, e al sentimentale-erotico.

Cosa stai leggendo in questo momento?

R: Tutti i libri che  sono riuscita a trovare sulle Quattro giornate di Napoli,   che fa da sfondo  allintreccio del romanzo che sto scrivendo in questi mesi: proprio in questi giorni ho finito  di leggere “La guerra di mamma” scritto da Gaetana Morgese,  figlia di Maddalena Cerasuolo,   una delle poche donne a partecipare al moto napoletano, insignita della medaglia al valore  militare.


Molti giovani autori non hanno mai letto i classici della letteratura. Tu credi che sia "lecito"avere una simile lacuna?

R: Francamente mi sembra una ben grave lacuna ! Forse parlo anche da insegnante di italiano oltre che da scrittrice, ma ritengo che le radici su cui poggiamo, tutti, sono quelle degli scrittori che ci hanno preceduto, in particolare quelli della nostra tradizione  italiana. Siamo  inevitabilmente permeati di tutti gli scrittori che abbiamo studiato e letto e credo sia giusto così; apparteniamo (anche se a volte immeritatamente) ad una tradizione imponente sia dal punto di vista linguistico, stilistico,  che da quello delle trame, dei contenuti.   La tradizione e l’intertestualità, il richiamo più o meno consapevole ad altri autori,   a mio parere sono positivi perché ci inducono ad uscire da un’autoreferenzialità che, venendo meno il confronto, rischia di diventare narcisismo sterile.

Hai qualche progetto in cantiere? Qualche lavoro che verrà pubblicato a breve?

R: Sarà pubblicato a giorni il mio primo romanzo in e-book: “Le foto di Tiffany”, edito da EEE di Torino.

 Ce ne vuoi parlare?

R:  “Le foto di Tiffany” è un romanzo sentimentale con un pizzico di erotico: la protagonista è Tiffany, chiamata così dalla madre  per motivi che saranno spiegati nel corso della narrazione. Ha poco più di trent’anni, single, fa la giornalista a Bologna;  un giorno  riceve da un numero sconosciuto un sms  che le segnala   sul web  una propria foto,  nuda e col viso in bella mostra. Tiffany rimane sconcertata perché  non ha mai permesso a nessuno di fotografarla nell'intimità e non ha la minima idea di quando, da chi e dove questa foto possa essere stata scattata! Da qui parte l’intreccio: la ragazza vuole a tutti i costi  trovare una spiegazione; oltretutto viene tormentata da altri messaggi  e inspiegabilmente si imbatte, in varie parti della città, in altre foto che la raffigurano! Nel tentativo di  capirci qualcosa chiede aiuto alla seconda moglie del padre e ad alcuni suoi ex. Poi man mano questa storia, inizialmente angosciante, comincia a dipanarsi e la porta verso un cambiamento … ma qui non vado oltre: invito tutti a leggere come va a finire!

 Quale è stato il tuo primo approccio  con questo genere letterario?

R: Alcuni anni fa ho scritto  il mio primo racconto erotico, “Rosso e nero”, pubblicato da Perrone di Roma in un’antologia; ne ho scritti poi altri che sono ancora inediti. Mi piace molto scrivere questo genere di testi per il particolare mix di intensità e leggerezza su cui bisogna mantenere il tono della narrazione!

 Potresti vivere senza la scrittura?

R: Come dicevo prima, mi è successo di non scrivere in alcuni periodi della mia vita, in occasione di grandi dolori, o al contrario di grandi gioie che mi hanno riempito le giornate e cambiato la vita quotidiana, come la nascita dei miei due figli. A volte per alcuni mesi, a volte addirittura per due o tre anni, ma sono stata male:   per me non scrivere è una condizione innaturale.

 E senza leggere?

R: La lettura va di pari passo con la scrittura: nei periodi di cui parlavo il black out riguardava anche la lettura, che però ho recuperato prima e più facilmente.


Cosa consiglieresti ai giovani autori che si affacciano nel mondo dell'editoria?

R: pazienza, perseveranza, amore per la scrittura e disciplina; focalizzarsi sul fatto che si scrive innanzitutto per noi stessi, perché ne abbiamo bisogno, poi se si pubblica tanto meglio! Cerco di guardare al mondo dell’editoria con un po’ di distacco ironico: il mondo potrà anche fare a meno dei  miei scritti, ce ne sono talmente tanti migliori dei  miei:  sono io che non posso fare a meno di scrivere, e quindi continuo con pazienza e passione! Per andare più sul pratico, invece, consiglierei di non cedere agli editori-tipografi, quelli che pubblicano a pagamento, e di non scoraggiarsi, mirando bene alla Casa Editrice giusta sulla base del catalogo: quel che viene considerato inadatto alla pubblicazione da una CE sarà  magari apprezzata e valorizzata da un’altra, anche più piccola, purchè seria!


C'è una domanda alla quale avresti voluto rispondere e che non ti è stata fatta? Se sì, dicci quale e dacci la tua risposta.

R: Mi piacerebbe che mi chiedessi chi mi aiuta (o mi ha aiutato) a  portare avanti questa passione, in mezzo ai tanti contrattempi e alle tante attività della vita quotidiana che continuamente  rischiano di distrarmi:   devo sicuramente  ringraziare la mia più cara amica, Franca De Angelis (siamo legate da quando avevamo sei anni), che un giorno mi ha detto che ero “una scrittrice pigra” e che dovevo “darmi una mossa”; e anche, di cuore, l’Associazione EWWA, una rete solidale di donne scrittrici che è fonte inesauribile di spunti, consigli, stimoli!

      Ringraziamo Roberta e vi diamo appuntamento a presto, quando torneremo a parlare di lei e del suo romanzo "Le foto di Tiffany".


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