mercoledì 19 febbraio 2025

Il guscio delle cose di Daniele Cavicchia


 

Recensione di Il guscio delle cose di Daniele Cavicchia

Daniele Cavicchia, con Il guscio delle cose, ci consegna una raccolta poetica che si muove tra il visibile e l’invisibile, tra la concretezza della materia e la fragilità dell’anima. Le sue poesie hanno il potere di scavare nel quotidiano, rivelando la memoria delle cose e delle persone attraverso immagini che sanno essere al tempo stesso nitide e sfuggenti.

La raccolta è suddivisa in tre sezioni – Il guscio delle cose, L'appena nata e Così sia – ognuna delle quali sembra costruire un percorso verso una forma di consapevolezza più profonda. La poesia di Cavicchia è asciutta, a tratti essenziale, ma sempre carica di un’intensità emotiva che invita il lettore a soffermarsi sulle pieghe del linguaggio e sul non detto. C’è una ricerca quasi ossessiva del senso che si nasconde nelle cose, nei dettagli, nei gesti minimi, come se la realtà potesse svelare il suo mistero solo a chi ha la pazienza di osservarla con attenzione.

Un tema ricorrente è il dolore, ma mai gridato: è una presenza discreta, che emerge tra le righe, come un'ombra che accompagna la luce. La prefazione di Eugenio Borgna sottolinea proprio questa capacità di Cavicchia di raccontare il dolore senza retorica, lasciando spazio al lettore per riempire i silenzi e completare il significato dei versi.

In definitiva, Il guscio delle cose è una raccolta poetica che colpisce per la sua capacità di trasformare la materia in parola e di far risuonare, attraverso il linguaggio, ciò che normalmente resta nascosto. È un libro per chi ama una poesia che non si impone, ma si insinua, lasciando tracce profonde nella memoria e nella sensibilità di chi legge.

domenica 12 gennaio 2025

Lo diciamo a Liddy? di Anne Fine

  •  


Recensione di Lo diciamo a Liddy? di Anne Fine

Anne Fine, con la sua abilità narrativa e il suo acuto senso dell'umorismo, ci regala una storia intensa e avvincente che esplora le dinamiche familiari, i segreti e i dilemmi morali. Lo diciamo a Liddy? è un romanzo che, pur mantenendo una leggerezza di fondo, affronta temi universali come la lealtà, l'amore fraterno e il prezzo della verità.

La vicenda ruota attorno a quattro sorelle, Heather, Stella, Liddy e Bridie, e al dilemma che le accomuna: rivelare o meno a Liddy un segreto sconvolgente sul suo futuro marito, George. Il romanzo si sviluppa attraverso dialoghi brillanti e situazioni che oscillano tra il comico e il drammatico, rivelando poco a poco le complessità di ciascun personaggio. Liddy, ingenua e ottimista, è la figura al centro del dramma, ma il punto di vista privilegiato è quello delle sorelle, che devono affrontare il peso della decisione e delle conseguenze che ne derivano.

Anne Fine riesce a catturare con maestria i legami che tengono unite le famiglie, anche quelle imperfette, e la sottile tensione tra il desiderio di proteggere chi amiamo e la necessità di essere onesti con loro. La scrittura è vivace e coinvolgente, con descrizioni che portano il lettore dentro le dinamiche della famiglia Funnell, creando empatia per ogni personaggio. Il finale  lascia spazio alla riflessione, senza risposte preconfezionate.

Lo diciamo a Liddy? è un romanzo che intrattiene e fa riflettere, perfetto per chi ama storie familiari ricche di emozioni e dilemmi morali. È una lettura che ci invita a chiederci: fino a che punto siamo disposti a spingerci per proteggere chi amiamo? Un libro consigliato sia ai giovani lettori che agli adulti, per il suo messaggio senza tempo

lunedì 16 dicembre 2024

Fichi di marzo di Kristine Maria Rapino




Fichi di marzo di Kristine Maria Rapino è un romanzo intenso e poetico che si snoda tra le radici profonde di una terra contadina e l’intimità di una vita raccontata attraverso i sapori, gli odori e i colori del mondo rurale. Pubblicato nel 2023, questo libro è una vera rivelazione, grazie alla capacità dell'autrice di intrecciare memoria, sentimento e narrativa con grande delicatezza.

Trama

La storia si ambienta in un piccolo paese dell'entroterra abruzzese, un luogo sospeso tra passato e presente, dove la protagonista – che possiamo leggere come un alter ego dell’autrice – ripercorre la sua vita attraverso episodi personali e familiari. L'elemento centrale è la connessione con la natura e il cibo, simboli della memoria e del legame con la propria identità. I fichi di marzo, che danno il titolo al romanzo, rappresentano una metafora potente: un frutto precoce, fragile e inaspettato, capace di racchiudere un senso di nostalgia, ma anche di speranza.

Lo stile della Rapino è lirico, quasi onirico, capace di evocare immagini vivide e cariche di emozioni. La sua scrittura è immersiva, in grado di catturare il lettore grazie a descrizioni che trasportano nei campi, tra i profumi della terra, le mani sporche di lavoro e il calore delle tradizioni.
Le tematiche affrontate sono molteplici e profonde: il senso di appartenenza, il rapporto con la famiglia e con il passato, la condizione femminile in un mondo spesso dominato dalle regole maschili, e il contrasto tra il desiderio di fuga e l'impossibilità di spezzare certi legami.

La protagonista, di cui non conosciamo il nome, è un personaggio complesso, profondamente umano. Attraverso la sua voce, emergono le fragilità, i dubbi e le emozioni di una donna che cerca di trovare il suo posto nel mondo, divisa tra la modernità e le antiche radici della sua comunità. I personaggi secondari, sebbene delineati con tratti essenziali, risultano vivi e autentici, contribuendo a creare un microcosmo ricco di sfumature.

Fichi di marzo è un romanzo che parla al cuore del lettore, un racconto che sa di terra, di amore e di resilienza. È un’opera che celebra il potere della memoria e delle tradizioni, senza mai indulgere nella retorica, ma anzi rinnovandole con una sensibilità contemporanea. Perfetto per chi ama le storie intime e autentiche, che lasciano un segno profondo.

Consigliato a chi cerca una lettura riflessiva

giovedì 5 dicembre 2024

La regina senza trono di Ornella Albanese


La regina senza trono di Ornella Albanese 

Mondadori

La regina senza trono di Ornella Albanese è un romanzo storico che esplora la vita di Amalasunta, una figura storica ostrogota e figlia di Teoderico il Grande. La scrittura dell’autrice si distingue per l’abilità nel mescolare una narrazione emotiva con un'accurata ricostruzione storica, offrendo al lettore un'intensa immersione nel mondo dell'antichità tardo-romana e delle complesse dinamiche di potere.

Contesto storico e trama

Il romanzo si svolge nel VI secolo d.C., un'epoca segnata dalla decadenza dell'Impero Romano d'Occidente e dalla difficoltà degli Ostrogoti nel mantenere il controllo dell'Italia. Amalasunta, regina senza trono, è una donna che si trova in una posizione di grande potere politico, ma anche di vulnerabilità. La sua storia è segnata dalle lotte interne al regno ostrogoto e dalle sue stesse difficoltà nell’affermare la propria autorità in un mondo patriarcale.

Albanese, pur mantenendo un forte legame con la veridicità storica, non trascura gli aspetti più intimi e psicologici della protagonista. Amalasunta è un personaggio complesso, divisa tra l'amore per la sua terra e il desiderio di proteggere il suo popolo, e la necessità di navigare tra alleanze pericolose e tradimenti. Il suo tentativo di governare in un mondo dominato dagli uomini e dalla guerra viene descritto in modo realistico, con una profonda attenzione ai suoi conflitti interiori.

Caratterizzazione dei personaggi

Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è la caratterizzazione dei protagonisti, in particolare quella di Amalasunta. La regina è dipinta non solo come una figura politica, ma anche come una donna che lotta con le sue vulnerabilità. La sua figura è avvolta da solitudine, sospetti e tradimenti, ma anche da una determinazione incrollabile. Albanese non si limita a raccontare gli eventi storici, ma cerca di entrare nella mente dei suoi personaggi, esplorando i loro pensieri e i loro moti interiori.

Un altro personaggio rilevante è il padre Teoderico, la cui figura viene idealizzata in alcune fasi, ma mostrata anche nella sua umanità e debolezza. La relazione tra Amalasunta e il padre è uno degli elementi emotivamente più intensi del libro, con il continuo bilanciamento tra l’amore filiale e l’obbligo di seguire le leggi del potere.

Stile narrativo e linguaggio

La scrittura di Albanese è fluida e ricca di dettagli, riuscendo a immergere il lettore nell'epoca e nel contesto storico, ma senza mai sacrificare la componente emotiva dei personaggi. L'autrice non esita a dipingere i protagonisti come esseri umani fragili e indecisi, ma anche pieni di determinazione e ambizioni. La narrazione è attenta al dialogo e ai dettagli quotidiani, senza tralasciare la grandezza degli eventi storici.

L'elemento psicologico gioca un ruolo centrale nel romanzo, in particolare quando la protagonista deve confrontarsi con le sue paure e il suo destino. La tensione tra il pubblico e il privato, tra i doveri di regina e i desideri di donna, è resa con grande maestria. In alcune parti del libro, l’analisi psicologica dei personaggi sembra prendere il sopravvento sugli eventi esterni, ma questo non appesantisce la lettura, anzi, arricchisce ulteriormente la comprensione delle loro motivazioni.

Ritmo e struttura

Il ritmo narrativo è generalmente equilibrato, con Albanese che alterna momenti di grande tensione politica a introspezioni più lente e riflessive. Tuttavia, in alcuni tratti, la narrazione può sembrare più lenta a causa dei lunghi passaggi descrittivi e delle riflessioni interiori dei personaggi. Questi momenti, pur essendo a volte più ponderati, sono funzionali alla costruzione dei personaggi e permettono di comprendere meglio la complessità della figura di Amalasunta.

La struttura del romanzo si svolge in modo lineare, ma non mancano flashback e salti temporali che permettono al lettore di esplorare il passato della protagonista, le sue relazioni familiari e politiche, e le sue ambizioni per il futuro.

Conclusione

La regina senza trono è un romanzo storico che affonda le sue radici nella tradizione della narrativa storica, ma che si distingue per l'introspezione psicologica e il realismo dei suoi personaggi. Albanese riesce a evocare l'atmosfera dell'epoca, con i suoi intrighi e le sue battaglie per il potere, ma anche a rendere il conflitto interiore della protagonista, una donna che si trova a dover fare i conti con un mondo che non è disposto ad accettarla come sovrana. Il romanzo è adatto a chi apprezza una lettura profonda, che non si limita a raccontare eventi storici ma esplora anche la psicologia e la complessità dei suoi protagonisti.

I fiori di Montmartre di Annalisa Fabbri



"I fiori di Montmartre" di Annalisa Fabbri (Autore) CAPPONI EDITORE 

 "I fiori di Montmartre" di Annalisa Fabbri è un romanzo affascinante e ben documentato che racconta la vita di Suzanne Valadon, una figura carismatica e audace della Parigi di fine '800. Ambientato nella vivace Montmartre, il libro intreccia realtà storica e finzione per narrare l'ascesa di Valadon da modella per celebri artisti come Renoir e Toulouse-Lautrec a pittrice affermata, sfidando le convenzioni sociali del suo tempo. La protagonista emerge come simbolo di emancipazione artistica e sociale, capace di infrangere le rigide convenzioni del suo tempo. L'opera utilizza una struttura narrativa che alterna passato e presente, iniziando dal funerale della protagonista e ricostruendo, attraverso flashback e memorie, le tappe principali della sua vita.

 L’ambientazione nella Parigi bohémienne di fine Ottocento è resa con cura, evidenziando il fermento creativo e i contrasti sociali del quartiere di Montmartre. La descrizione degli ambienti, unita al carattere intenso e sfaccettato dei personaggi, permette di cogliere le sfumature emotive e psicologiche di un'epoca dominata da passioni, arte e trasgressione. La narrazione enfatizza le dinamiche relazionali tra Suzanne e le figure centrali della sua vita, tra cui il figlio Maurice Utrillo. La complessità del loro rapporto riflette temi di sofferenza, creatività e resilienza, in un continuo intreccio tra la lotta personale e la grandezza artistica. Grazie a una scrittura precisa e immersiva, il romanzo non solo celebra la figura di Suzanne Valadon ma offre una riflessione più ampia sull’arte, sul ruolo delle donne e sul peso della memoria storica. Se ami le biografie romanzate o sei interessato al mondo dell'arte, I fiori di Montmartre è una lettura altamente consigliata.

Breve approfondimento sulla protagonista

Suzanne Valadon (1865-1938) fu una figura emblematica della Parigi bohémienne di fine Ottocento, un'artista libera e anticonformista che sfidò le convenzioni sociali e artistiche del suo tempo. Nata Marie-Clémentine Valadon in una famiglia umile, crebbe nella miseria e iniziò a lavorare giovanissima come sarta, acrobata e modella per pittori famosi, tra cui Puvis de Chavannes, Renoir e Toulouse-Lautrec. Questi ambienti la introdussero al mondo dell'arte, e non tardò a farsi strada come pittrice di talento, nonostante i pregiudizi contro le donne artiste. Nella vivace Montmartre, tra mulini a vento, caffè affollati e un clima carico di creatività e trasgressione, Suzanne non fu solo musa di grandi maestri, ma anche una rivoluzionaria del pennello. Degas, che riconobbe subito il suo genio, divenne un mentore fondamentale. Il suo stile, caratterizzato da tratti audaci e una profondità emotiva straordinaria, la rese un'osservatrice unica della vita quotidiana e delle relazioni umane. La vita privata di Suzanne fu altrettanto intensa: madre giovanissima di Maurice Utrillo, ebbe una relazione conflittuale con il figlio, segnato dall'alcolismo e da un'esistenza tormentata, ma destinato a diventare uno dei maggiori pittori della scuola di Montmartre. Suzanne intrecciò amori con uomini di diverse età e status, mantenendo sempre la sua indipendenza e il suo spirito ribelle. Il racconto del suo funerale, immaginato come un momento d'incontro tra gli artisti, i poeti e gli amanti che animarono la sua esistenza, simboleggia l'eredità di una donna che visse e creò contro ogni aspettativa. Le passioni di Suzanne e Maurice, le loro dipendenze e i loro tormenti si intrecciano in una narrazione che celebra non solo la loro arte, ma anche la loro complessa umanità. Il misterioso mazzo di nontiscordardimé lasciato ogni lunedì sulla sua tomba evoca il segno indelebile che Suzanne Valadon lasciò nella vita di coloro che la conobbero e nella storia dell'arte, un monito silenzioso e commovente a non dimenticare mai il coraggio di una donna straordinaria.

domenica 1 dicembre 2024

Oggi vi parlo di "Sakuntala", uno spettacolo teatrale 'vissuto" lo scorso 9 novembre


Oggi vi parlo di "Sakuntala", uno spettacolo teatrale 'vissuto" lo scorso 9 novembre, presso il teatro Sala Fellini di Faenza. 

Il testo, originariamente scritto da Gennaro Francione, è stato riadattato dal regista e attore Antonio Demian Aprea, che ha tratto  ispirazione anche dal romanzo di Annalisa Fabbri, "Ero l'amante di Rodin. Vita vissuta di Camille Claudel"

"Sakuntala" è uno spettacolo teatrale diretto e interpretato da Demian Aprea e Ilaria Sartini, che esplora la vita tormentata di Camille Claudel, scultrice francese conosciuta per la sua relazione passionale con Auguste Rodin. Lo spettacolo  ha vinto il premio come miglior allestimento al Festival del Teatro Patologico di Roma nel 2024.

La rappresentazione si concentra sulla lotta di Camille per emergere come artista in un mondo dominato dagli uomini, la sua ribellione contro i ruoli imposti alle donne e la sua tragica fine, culminata nel suo internamento in manicomio. Lo spettacolo rivela la sua forza emotiva e la sua sofferenza, dando voce a una figura che nella sua epoca è stata messa a tacere dalla società patriarcale.

In Sakuntala, la forza del dramma risiede non solo nella scrittura ma anche nella performance dei suoi attori, che riescono a trasmettere un'intensità emotiva straordinaria. Ilaria Sartini, nel ruolo di Camille Claudel, dimostra una padronanza assoluta della sua parte, regalando una performance che oscilla tra la dolcezza e la disperazione. La sua Camille è una donna che lotta per il riconoscimento nel mondo dell'arte, ma che è anche costantemente oppressa dalla sua condizione di donna in una società patriarcale. La sua interpretazione è sottile, ricca di sfumature, che vanno dalla rabbia al dolore, ma anche alla speranza di trovare una voce propria nel mondo.

Demian Aprea, nel ruolo di Auguste Rodin, completa perfettamente il quadro. La sua interpretazione del celebre scultore è complessa, e riesce a trasmettere non solo il fascino che Rodin esercitava sugli altri, ma anche i suoi dubbi, le sue incertezze e la lotta interiore tra l'amore per Camille e la sua ambizione artistica. La chimica tra i due protagonisti è palpabile, con il conflitto tra loro che emerge in ogni scena, come una tensione che non si risolve mai completamente, ma che si trasforma in una potente riflessione sull'amore e sull'arte.

La regia di Aprea e Sartini sfrutta l'intimità del palco per creare un'esperienza emotiva che coinvolge profondamente il pubblico. La scenografia essenziale permette agli attori di dominare la scena, mentre i pupazzi e le sculture diventano elementi simbolici che accentuano la tematica del sacrificio artistico e della solitudine. La musica dal vivo, eseguita da Aprea al violino, aggiunge un ulteriore strato emotivo, facendo da contrappunto alle emozioni espresse dai personaggi e accompagnando lo spettatore in un viaggio emotivo che è tanto personale quanto universale.

In questo contesto, Sakuntala non è solo un racconto sulla vita di Camille Claudel, ma diventa una riflessione profonda sulla passione, sull'arte e sul destino delle donne che sfidano le convenzioni del loro tempo. Ogni attore contribuisce a rendere il tutto vibrante e pieno di vita, facendo di questo spettacolo un'esperienza teatrale che coinvolge e lascia il segno.


I superbi. Una donna fra amori e vendette di Corrado Occhipinti Confalonieri

 


I Superbi di Corrado Occhipinti Confalonieri è un romanzo storico che si svolge nel cuore del Rinascimento italiano, in un periodo segnato da ambizioni politiche, intrighi e conflitti. Ambientato nel 1545 a Piacenza, il libro segue le vicende della famiglia Confalonieri, intrecciando la storia di Gianluigi, coinvolto in un complotto contro il Duca Pier Luigi Farnese, e della sua moglie Elisabetta, che dovrà affrontare le conseguenze di queste scelte e proteggere la sua famiglia a qualunque costo.

Il punto focale del romanzo è la figura di Elisabetta, una donna forte e determinata, che si fa protagonista in un contesto dominato dagli uomini. Il romanzo esplora il suo amore incondizionato per la famiglia e il sacrificio che comporta il suo ruolo di moglie e madre in un mondo che raramente riconosce il valore femminile. Le donne come Elisabetta sono costrette a navigare in un mare di emozioni contrastanti, che vanno dalla fedeltà all’amore, dalla vendetta al sacrificio.

La narrazione si distingue per il suo equilibrio tra fatti storici e fiction, dove i personaggi prendono vita grazie a un ritratto psicologico ben strutturato. Occhipinti Confalonieri mescola abilmente la storia di Piacenza, la politica del tempo e le emozioni personali, creando un racconto ricco di tensione e colpi di scena. L’autore non si limita a una descrizione superficiale del periodo storico, ma esplora profondamente le sue implicazioni umane, senza tralasciare il dolore e la fatica delle scelte morali difficili.

In definitiva, I Superbi è un romanzo che fa riflettere non solo sulla storia e la politica, ma anche sui temi universali della lealtà, del potere e della famiglia. Un’opera che, con il suo ritratto delle sfide quotidiane di donne e uomini del Rinascimento, sa emozionare e coinvolgere il lettore.














martedì 5 novembre 2024

"Il sole di sera" di Sabrina Grementieri

Il Sole di sera

di Sabrina Grementieri

Editore: Love

Compagnia Editoriale Aliberti

Marianna è una giovane donna che vive in un furgone camperizzato e lavora come stagionale negli alberghi.

Quindici anni prima, dopo una brutale aggressione che le ha causato una parziale perdita di memoria, ha lasciato la famiglia, con cui aveva pessimi rapporti, e ha scelto una vita solitaria. Zero legami, zero affetti, sempre pronta a partire al primo segnale di disagio.

Quando il furgone ha un guasto improvviso, Marianna è costretta a fermarsi in un antico borgo ristrutturato sull’Appennino tosco-romagnolo: un luogo incantevole, popolato da gente ospitale e curiosa.

In attesa che la sua casa mobile venga riparata, trova lavoro nel ristorante del paese: lei è un’ottima cameriera e Benno, il titolare, è entusiasta.

Tra i due nasce una forte attrazione, che Marianna cerca di soffocare: non ha alcuna intenzione di stabilirsi tra quelle montagne, dunque meglio non affezionarsi a nessuno. Ma la cuoca del ristorante, Anita, rimane sbalordita dalla somiglianza della ragazza con una sua amica d’infanzia. E inizia a indagare.

Quanto emerge dal passato sconvolge la vita di Marianna, che si trova a dover fare i conti con verità troppo a lungo nascoste. Fermarsi e affrontarle sarà l’unico modo per trovare un po’ di pace e smettere di fuggire


Sabrina Gremetieri, nel “Sole di sera”, torna a regalarci una protagonista che di semplice non ha nulla e, per questo, affascina e incanta, come solo lei riesce a fare.

Lo stile narrativo, rispetto ai precedenti romanzi, è più maturo, più incisivo, forte, determinato. 

La storia di Marianna è un percorso di nascita e rinascita, di scoperta e di accettazione, e per il lettore diventa difficile non immedesimarsi in lei, nelle sue paure, nelle sue fragilità, nella sua impossibilità di restare ferma in un posto o nella vita di qualcuno.

Concordo con chi, prima di me, ha scritto che sarebbe meglio leggere il romanzo, senza prima aver letto la sinossi. In questo modo si potrebbe seguire passo passo l’evoluzione della storia e dei suoi personaggi, tutti descritti in maniera completa; personaggi con pari importanza nel narrato, così come personaggi sono, in analogia con i precedenti romanzi di Sabrina Grementieri, il territorio e la “casa”, argomento del quale abbiamo discusso anche durante le diverse presentazione letterarie.

E, se leggere i romanzi di Sabrina Grementieri è sempre un piacere, ascoltarla di persona è qualcosa di davvero straordinario. La sua capacità narrativa e di analisi si amplifica, quando ha un pubblico davanti, e la sua innata simpatia e maestria, nel condurre gli incontri, affascinano e incantano, proprio come fanno le sue storie.

La tensione narrativa è molto forte, evocative sono le immagini che ci offre del borgo sugli Appennini, tra la Toscana e l’Emilia-Romagna, e le emozioni che ci fa provare sono sempre volte verso una riflessione profonda.

Le donne di Sabrina Grementieri sono  rivolte al futuro, pur avendo un gravoso passato alle spalle, passato che, tuttavia, viene narrato sempre con delicatezza e profondo rispetto.

Consiglio una lettura “lenta”, per vivere appieno ogni singola emozione.

martedì 29 ottobre 2024

Ero l' amante di Rodin. Vita vissuta di Camille Claudel


Ero l'amante di Rodin. Vita vissuta di Camille Claudel

Di Annalisa Fabbri

Edito da Capponi Editore 2023

Sono stata invitata ad assistere a uno spettacolo teatrale. Il 9 novembre 2024, alle 21:00, presso il Teatro Sala Fellini di Faenza, verrà portato in scena “Sakuntala - La passione di Camille Claudel è il conflitto con Rodin”  Regia di Demian Aprea e Ilaria Sartini, testo di Gennaro Francione con il riadattamento di Demian Aprea. Fonti e ispirazioni tratte dal romanzo di Annalisa Fabbri, edito da Capponi editore nel 2023  “Ero l’amante di Rodin. Vita vissuta di Camille Claudel.” 

Per partecipare come spettatrice “informata”  ho deciso di documentarmi e di conoscere Camille Claudel e la sua tormentata storia d’amore e professionale con August Rodin, il celeberrimo scultore di cui tutti abbiamo sentito parlare almeno una volta nella vita.  Di Camille no. In quanti possono dire di aver letto il suo nome annoverato fra quelli dei “grandi scultori”, durante gli anni in cui si è studiata la storia dell’arte a scuola?

La scelta sul romanzo da leggere non poteva divergere dal testo citato quale fonte di ispirazione nella locandina dello spettacolo teatrale. Non conoscevo Annalisa Fabbri e non avevo ancora letto nulla di suo, pertanto mi sono avvicinata con cautela alla lettura del romanzo “storico” scritto da quella che è risultata essere, poi, una delle più belle penne emergenti del panorama letterario italiano, soprattutto nel campo del romanzo storico o, meglio ancora, delle biografie storiche.

Scrivere una storia realmente accaduta in prima persona è una scelta azzardata ma assolutamente necessaria, sotto molti punti di vista. L’autore rischia di far diventare il personaggio troppo “romanzato” e di dimenticare la persona che è stata realmente, di farla parlare attraverso le proprie emozioni e le proprie percezioni, snaturando, in qualche modo, la vera personalità e la storia narrata. Annalisa Fabbri non ha commesso questo errore e, come un esperto chirurgo, ha usato ogni parola come una lama affilata e precisa, rendendo a Camille la grandezza e il genio che in molti, in troppi, le hanno negato, primi di tutti sua madre e suo fratello. La storia di Camille Claudel è terribile e crudele, è la storia di una donna che ha sbagliato l’epoca in cui è nata, una donna che verrà ricordata, per volere di coloro che ne decretarono la fine sia come donna che come artista, principalmente come “l’amante di Rodin”.

Nella quarta di copertina si può leggere una frase bellissima “E se un giorno l’illustre Rodin fosse ricordato come l’amante di Camille Claudel, la grande scultrice? Be’, quel giorno sarebbe proprio un bel giorno”.

Annalisa Fabbri ha un grande talento nello scrivere biografie romanzate, e  con il suo romanzo è riuscita nell’intento.

Camille aveva avuto la sfortuna di non nascere uomo in una società maschilista e gretta, dove le donne non erano riconosciute come grandi artiste e, tantomeno, come donne libere, capaci di autodeterminarsi e capaci anche di contrastare le regole sociali e morali del tempo. Camille conosce il “non amore” di una madre bigotta e anaffettiva  che non capirà mai la grandezza di una figlia che doveva nascere del sesso opposto. Anche il nome che le viene dato è emblematico: “Camille”  non identifica  veramente il genere sessuale di appartenenza, e la fa restare sempre ai margini all’interno della famiglia dove, solo un padre illuminato e moderno, riconosce e apprezza il grande dono della figlia e fa di tutto per farle realizzare il sogno di diventare una scultrice. 

La madre le preannuncia una vita di sciagura, e sarà lei stessa a far sì che la sciagura si abbatta su Camille, appoggiata da Paul, il fratello tanto amato. 

L’autrice ci fa entrare nel rapporto con Auguste Rodin, di ventiquattro anni più grande, del quale lei diventa la musa ispiratrice, oltre che amante. Quello che li lega è principalmente  la passione per l’arte che condividono, ma anche una passione tormentata e dolorosa, lacerante e conflittuale. L’immagine di Rodin è quella di un uomo egoista, di un uomo incapace di lasciare la donna con cui vive e incapace di amare davvero, con profondità. Annalisa Fabbri ci rende una Camille che, seppur innamorata, è freddamente consapevole dell’egoismo di Rodin e ci dà di lui l’immagine di un uomo pronto tutto, il grande scultore che rubava le idee di Camille, che si serviva delle mani della grande scultrice per forgiare opere che lui non sarebbe mai stato capace di creare con la stessa “potenza”, con la stessa forza espressiva.

Da una mano le donava e dall’altra le toglieva. Rodin la sostenne sempre, anche economicamente quando fu rinchiusa in manicomio, ma, contemporaneamente, usava  senza scrupoli le opere da lei realizzate. Camille paga duramente le scelte fatte durante tutta la sua vita. È coerente fino alla fine, la Camille che ci viene donata da Annalisa Fabbri. Una donna libera, dal carattere fortissimo; una donna sempre lineare e coerente nelle scelte professionali e personali. Un genio artistico indiscusso, una passione che coltiva con forza e determinazione rinunciando a tutto, a volte rinunciando anche a se stessa.

«Era scultrice con tutto il proprio essere e non sarebbe mai stata nient’altro. La scultura era la sua origine e la sua fonte di vita. Quando non plasmava, cessava di esistere» 

Purtroppo, però Camille era nata nell’Ottocento, un periodo storico nel quale una donna non sarebbe mai riuscita a farsi accettare in un mondo maschile, dove una donna anticonformista era da raddrizzare, riportare sulla retta via e, ovviamente, la retta via era solo quella del matrimonio.

Camille, la forte Camille, la libera Camille è stata la vittima di una società maschilista e bigotta, una società intrisa di cattolicesimo pregno di sensi di colpa, che approfitta della prima occasione giusta per colpire il bersaglio e  per far sì che la colpa di cui Camille si era macchiata – essere l’amante di un uomo che aveva una “moglie” e un figlio – fosse in qualche modo messa a tacere. Poco dopo la morte del padre, forse la persona che l’aveva amata veramente senza limiti, Camille venne rinchiusa in manicomio, dove morì dopo trent’anni. Una vita intera, sono trent’anni.La madre non volle rivederla mai più e suo fratello le faceva visita sporadicamente. 

Camille muore sola. Al suo funerale non partecipa nessuno e i suoi resti finiscono in una fossa comune. La grande Camille Claudel, la più grande scultrice di tutti i tempi, conosce una fine ingloriosa, una fine che lei stessa, in una lettera del 1915, rimprovera al fratello Paul: «Mio caro Paul, ho scritto molte volte alla mamma, a Parigi, a Villeneuve, senza riuscire a ottenere una parola di risposta. E anche tu, che sei venuto a trovarmi alla fine di maggio e ti avevo fatto promettere di occuparti di me e di non lasciarmi in un tale abbandono. Com’è possibile che da allora tu non mi abbia scritto una sola volta e non sia più tornato a trovarmi? Credi che mi diverta a passare così i mesi, gli anni, senza nessuna notizia, senza nessuna speranza! Da dove viene tale ferocia? Come fate a voltarvi dall’altra parte? Vorrei proprio saperlo».

Oggi Camille è considerata una delle più straordinarie artiste vissute tra Otto e Novecento, ma con molto dolore empatico,  dopo aver scoperto la sua storia di donna, unita a quella dell’artista, mi viene da ripetere una delle ultime frasi scritte da Annalisa Fabbri: “Troppo tardi, Monsieur Rodin”.

lunedì 21 gennaio 2019

"Figli delle stelle" di Emily Pigozzi


Emily Pigozzi
"Figli delle stelle"

TITOLO: Figli delle stelle

AUTORE: Emily Pigozzi
EDITORE: Self publishing
GENERE: Erotico romance contemporaneo
NUMERO PAGINE: 260
DISPONIBILE IN: ebook e cartaceo
AMBIENTAZIONE: Italia - Europa
POV: alternati
DATA DI USCITA: gennaio 2019
LINK DI ACQUISTO:Amazon
 
Sinossi

 «Non dirmi che non ti va di giocare.»
«No. Non così. Io…»
Giò fa per divincolarsi. È spaventata, lo vedo dal tremore leggero delle labbra, dal tono della sua voce. E una parte di me grida, vorrebbe sapere che cosa la spaventa tanto, perché ha così paura. Ma un’altra, l’altra parte, impazzisce dal desiderio nel vederla così vulnerabile.
Potrebbe essere chiunque, ma adesso siamo insieme, lontani dal mondo.
E lei è in mio potere. Completamente mia.
 
Rafael Venturi vive per correre. La velocità è nel suo dna, scritta nelle stelle fin dalla sua nascita. Figlio di un campione del mondo di Formula uno prematuramente scomparso, per lui la vita è una gara, una sfida con i suoi demoni e l’impulso continuo a scattare a trecento all’ora senza voltarsi indietro, fino al traguardo. Finché un brutto incidente in pista lo costringe a rallentare e a mettersi in discussione. E una notte, in fuga, salva un ragazzino che fa l’autostop da un’aggressione. Solo che non si tratta di un ragazzino, ma di una misteriosa ragazza dall’aspetto di elfo e dal piccolo corpo nervoso e sensuale.  

Gioia, detta Giò perché come gli confessa con ironia la gioia non la riguarda, e Rafael si avventureranno in un esaltante viaggio on the road alla scoperta delle loro paure, senza regole se non quella di un’attrazione impossibile da dominare.

Ma chi è davvero Giò? Da cosa sta scappando?
E la passione sarà la chiave giusta per vincere davvero? Ogni viaggio nasconde un segreto. Una vittoria. Un amore da conquistare.


Estratto romanzo:

 
La notte è un lungo confine nero. Temporali vanno e vengono, ma io non ho paura. Non qui, tra le braccia di Rafael che mi accolgono. Non so quante volte facciamo l’amore. Lui regala un ritmo al nostro piacere entrando e uscendo da me, mentre io lo accolgo ogni volta senza riuscire a smettere. Mi scopa con forza e con dolcezza, come se non esistesse altro al mondo, concentrandosi sul mio godimento, e poi ancora con foga, scuotendo la testa, con affondi violenti e rapidi, come se dovesse dissetarsi.
E poi stiamo nel dormiveglia, senza smettere un attimo di toccarci, i corpi sudati e carichi di umori che aderiscono l’uno all’altro. Non sentiamo la fame né la sete, solo l’immane desiderio di appartenerci. Un tocco per il nostro desiderio, un tocco per il mio cuore affamato. Uno dopo l’altro, ancora una volta, senza sosta.
«In ogni posto dove ci fermiamo ci diamo dentro. Comincio a pensare che facciamo delle soste solo per questo» mormora al mio orecchio, succhiandomi il lobo, in un momento di veglia.
«Se continuiamo così, tra poco ci cacceranno. Siamo un po’ troppo rumorosi, mi sa.»
«Considerato che è notte fonda, che fuori diluvia e che non sappiamo nemmeno dove siamo, non sarebbe una gran mossa» ridacchia baciandomi piano, la voce roca e rilassata, già mezzo addormentato.
«Rafael» dico di colpo, il tono tremante e pieno di tutti i dubbi che mi attanagliano il cuore. Perché sto bene. Troppo bene. E io non posso stare così bene, è assurdo. Oppure no?
«Dimmi.»
«Cosa succede quando vedi solo la tempesta, e sembra tutto nero?»
«Si aspetta che passi, credo.»
«A… a che punto è la pioggia?»
«Forse ha smesso. C’è silenzio, adesso» mi risponde lui, scivolando nel sonno.
A che punto è la pioggia, Rafael. A che punto è il temporale. Quello che infuria sulle nostre teste, e quello dentro di me. Violento, frustante. Freddo come il ghiaccio. È finito l’orrendo frastuono che ho nella testa? Quel rumore che non vuole andarsene?

Rafael Venturi: Ventitrè anni, pilota di auto da corsa; suo padre era un famoso pilota di Formula uno, sua madre una modella.
Gioia detta Giò: diciottenne che gira in autostop, ama i graffiti, è una writer e fugge da qualcosa che la terrorizza. Odia i temporali e, a prima vista, sembra un ragazzo.

Non hanno nulla, in comune, Rafael e Giò, ma in realtà si riconoscono dal primo sguardo e capiscono che non possono più allontanarsi l’uno dall’altra perché sono simili e perché entrambi fuggono dalle loro paure e combattono i loro demoni. Portano nel corpo e nell’anima delle ferite profonde e, quasi per caso, o forse per destino, intraprendono insieme un viaggio che non li condurrà solo nel luogo in cui Rafael è diretto. Quel viaggio li condurrà dentro di loro, dentro le loro paure e dentro i loro sentimenti.
Come mio solito mi fermo qui, e della storia non svelerò più nulla perché la dovete leggere. Come mio solito voglio soffermare l’attenzione su Emily Pigozzi e sul suo stile. Di Emily ho letto tutti i romanzi, credo di averlo detto più volte, ma se lo faccio un motivo ci sarà, giusto?  La scrittura, fluida e scorrevole come sempre, questa volta ha anche qualcosa in più: riesce a commuovere anche il lettore meno romantico. Il punto di vista alternato ci dà la possibilità di conoscere meglio Rafael e Giò, e ci offre i loro pensieri senza filtri, al fine di farci entrare, piano piano, nelle loro storie, nel loro passato e nelle loro paure che, a volte, diventano quasi tangibili. La storia si scopre un po’ alla volta e, anche se l’avvio è un po’ lento, rispetto alle altre storie di Emily, quando si entra nel corpo della narrazione si capisce che l’autrice ha voluto prepararci a quello che scopriremo.
Bella la descrizione dei luoghi che Rafael e Giò visiteranno. Belle, appassionate e mai volgari le pagine dedicate all’erotismo e alla passione. I dialoghi sono adatti a due ragazzi giovani che, però, hanno un passato pesante e che non hanno una visione idilliaca della vita e del futuro. Bello, infine, il messaggio nascosto fra le righe: la vita ci può sconfiggere mille volte ma non dobbiamo mai smettere di lottare.
Se volete fare un bel viaggio godetevi “Figli delle stelle” di Emily Pigozzi.
L’autrice:

 
 
 
 
 
 
 

I Post più letti

Recensione "In nome di quale Dio" di Silvia Vercesi" a cura di Lorena Marcelli

Un’indagine sospesa tra fede e ragione: il debutto di Marta Viganò "In nome di quale Dio" trascina il lettore in un’indagine che a...